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C’è anche santa Rita nel Tempio della Consolazione a Todi

di | 2025-12-19T12:05:02+01:00 21-12-2025 0:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti

TODI (Perugia) – Un vero e proprio “scoop” storico-artistico. A Todi, il Tempio della Consolazione, dopo mezzo millennio (la prima pietra venne posta nel 1508) svela un’altra sua bellezza e particolarità: la presenza nel ciclo decorativo esterno di una immagine di Santa Rita da Cascia (1381-1457). Per mezzo millennio nessuno se ne era reso conto. La scoperta è il frutto delle ricerche e del lavoro davvero certosino del professor Marcello Castrichini e del suo team in cui compare Leonilde Dominici, che ora hanno pubblicato sulla rivista “Studi di Storia dell’Arte – 36” la clamorosa conclusione della fruttuosa indagine, arricchita dal contributo dello storico Omero Sabatini.

La testa scolpita di Santa Rita

Nella sua ricognizione sulla facciata ovest, lato sinistro dell’abside, del Tempio – a croce greca ed a pianta centrale, tanto da venir definita “architettura perfetta” del Rinascimento – Castrichini ha approfondito l’analisi di un volto di donna accanto al quale era stata scolpita una “mosca”, ritenuta stemma del vescovo Basilio Moscardi, originario di Sutri, che al tempo della costruzione amministrava la diocesi tuderte. Il ricercatore si è reso conto che l’insetto non è in realtà una mosca, ma un’ape e che, intorno, figurano anche una spina, una rosa, un fico. Tutti e quattro attributi che indicano la “Santa degli impossibili”, che tale ancora non era, perché spirata una settantina di anni prima ed innalzata agli altari molto più tardi: nel 1628 durante il papato di Urbano VIII.

Marcello Castrichini

A testimoniare una fede popolare profonda ed in rapida espansione sin dalle origini. Cosa ci azzecca Santa Rita, unica immagine di donna (oltre a quella, all’interno della Madonna della Consolazione), che si staglia a mezzo busto con un velo sulla nuca e un mantello a sottolineare la sua condizione monacale, nel ricercato ed elegante ciclo lapidico – posto nel secondo ordine ad una decina di metri di altezza dal suolo – con tanto di spina sulla fronte, nello splendido tempio tuderte? Castrichini soddisfa anche questa curiosità. I documenti storici – spulciati dal Sabatini – rivelano infatti che agli inizi del 1500 due tuderti della famiglia aristocratica degli Atti, Antonio prima ed il giureconsulto Gian Fabrizio, poi, erano stati eletti Priori di Cascia. Ecco la “chiave” dell’enigma, il legame tra la comunità della Valnerina e quella di Todi.

E non basta: gli archivi dimostrano che Gian Fabrizio compare tra gli illustri cittadini, che avevano fondato nel 1507 un’Opera Pia, tesa alla raccolta di fondi per la fabbrica della chiesa, posta fuori dalle mura duecentesche della città, secondo la “lezione” rinascimentale. Dove erano state prese buona parte delle pietre per la costruzione? Dalla Rocca – rafforzata prima dall’Albornoz e poi da Braccio Fortebraccio, il quale nella città dell’Aquila aveva portato non solamente la famiglia, ma anche posto una delle basi operative delle sue milizie – che ora versava in rovina. Castrichini sostiene, in aggiunta, che la testa lapidica della Santa – una decina di centimetri di diametro – contiene tratti fisiognomici, che richiamano in modo palese i due ritratti della “Cassa Solenne” (che ospitò il suo corpo), col volto della mistica agostiniana. Ancora. Ipotizza – ma su questo aspetto assicura di voler approfondire gli studi – che al busto protrebbe aver posto mano Antonio Barocci, che risulta presente nella fabbrica tuderte nel 1516-17.

Ai lavori del tempio – durati un centinaio di anni e costruito su disegno di Donato Bramante – presero parte, via via, architetti e scultori quali Cola da Caprarola, Antonio da Sangallo il Vecchio (1531), Baldassarre Peruzzi (1518), Antonio da Sangallo il Giovane, Jacopo Barocci (1565), Galeazzo Alessi (1567), Ippolito Scalza (1597). Per la difesa dall’umidità delle mura della chiesa venne sollecitata, più tardi, l’attenzione di Francesco Borromini. Tra i lapicidi arrivati a Todi vengono elencati pure Rocco da Vicenza e i fratelli Caselli da Carona. Insomma, il fior fiore della scuola scultorea e lapicidica italiana del tempo.

Che la figura di Santa Rita fosse venerata in modo particolare a Todi fin dall’inizio lo dimostra, ad abundantiam, anche la radicata tradizione secolare della chiesa di Santa Prassede, già degli agostiniani, dove è costudita una tela con l’Estasi di Santa Rita e dove, ancora oggi, vengono celebrate messe e benedette rose a ricordo della mistica vedova, modello di perdono, di speranza, di riconciliazione, invocata contro la peste ed autrice di miracoli (alcuni dei quali vennero testimoniati persino davanti ai notai, cioè a livello laicale, civile) ritenuti irrealizzabili.

Elio Clero Bertoldi

Nell’immagine di copertina, il Tempio della Consolazione a Todi

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