MILANO – “Uno o ha un talento o non ce l’ha. Se hai un talento ne sei responsabile”. Così sosteneva Henri Cartier Bresson che contribuì a portare la fotografia di stampo surrealista ad un ampio pubblico. Lui fu l’occhio del secolo, uno dei più grandi e influenti fotografi del Novecento, celebre in tutto il mondo per aver definito il concetto di “momento decisivo” e per aver co-fondato la celebre agenzia Magnum Photos. Soprannominato così per la sua abilità straordinaria di documentare la storia e la società del Novecento, con la cosiddetta fotografia umanista, poneva al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali. Nata alla fine della Seconda guerra mondiale si è protratta fino alla fine degli anni ’60.

Henri Cartier Bresson
La fotografia umanistica è caratterizzata dalla tendenza ad osservare maggiormente il quotidiano, la strada e, in non pochi casi, porre particolare attenzione alle classi sottoproletarie e alla condizione di svantaggio sociale. I fotografi cercano di catturare, oltre alla scena in sé, anche le emozioni dei protagonisti in una sorta di realismo poetico, dove i protagonisti hanno lo stesso valore del contesto.
Henri Cartier Bresson (nato a Chanteloup-en-Brie, in Francia, il 22 agosto 1908 e scomparso a Céreste il 3 agosto 2004, 22 anni fa) racconta come una immagine di Martin Munkacsi l’avesse attratto verso il mondo della fotografia: “E’ stata quella foto a dar fuoco alle polveri, a farmi venir voglia di guardare la realtà attraverso l’obiettivo”. Fu così che nel 1932 una Leica 35 mm con lente 50 mm l’accompagnerà per molti anni. Legato indissolubilmente la sua macchina fotografica, considerata da lui lo strumento ideale per non alterare la naturalezza della scena, fu tra i fondatori, nel 1947, della celebre agenzia fotografica cooperativa insieme a Robert Capa e David “Chim” Seymour.
Fu definito “occhio del secolo” per la sua straordinaria abilità nel documentare i grandi eventi storici e la vita quotidiana con un solo scatto in bianco e nero. Cartier Bresson coglieva l’istante perfetto. Per lui la fotografia non era un’operazione di manipolazione, ma il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento. Ha influenzato le avanguardie artistiche giovanili, ha saputo trasferire lo sguardo surrealista nella strada, catturando combinazioni visive bizzarre e geometriche della realtà. 
Ha documentato i grandi eventi del Novecento – dalla Guerra Civile Spagnola alla decolonizzazione in Asia – mantenendo sempre un profondo rispetto per la realtà senza ritagliare o modificare i negativi in fase di stampa. Tutti conoscono Henri Cartier-Bresson come il “maestro dell’istante decisivo”, ma pochi sanno che dietro la sua fotografia c’era un approccio quasi meditativo: prima di scattare passava ore a osservare, studiando la scena come se fosse un regista invisibile.
Non cercava la foto perfetta, ma lasciava che fosse la realtà, imprevedibile e caotica, a comporre l’immagine per lui. Quella stessa attitudine lo portava a realizzare scatti che raramente venivano pubblicati o diffusi, fotografie meno note, lontane dalle icone più celebrate, rendendo arte la fotografia.
Claudia Gaetani

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