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Calcio: sponsor e soldi uccidono il talento

di | 2026-01-07T23:34:07+01:00 11-1-2026 0:10|Sezione 3, Sport|0 Commenti

NAPOLI – Campionato di eccellenza in provincia di Salerno: in campo, nella squadra di casa, un ragazzo di indubbie capacità calcistiche, una sorta di promessa. Sugli spalti il presidente della squadra nota il ragazzo e immediatamente sbotta: “Ma chi lo ha messo in campo quello lì? Se un giocatore non passa attraverso le mie tasche non gioca, fatelo uscire immediatamente”. Le indicazioni perentorie del presidente arrivano alla panchina e al rientro negli spogliatoi il ragazzo nonostante l’ottima prestazione non gioca il secondo tempo. Si verrà a sapere che i genitori del ragazzo non erano “passati” dal presidente per saldare quanto dovuto. Insomma una sorta di camorra calcistica.

Rissa in campo

A raccontarlo ad amici e competenti del calcio giovanile la risposta di tutti è stata: “Ma perché non sai che funziona così? Se non paghi non giochi”. Il nostro calcio sta morendo e nessuno ha il coraggio di dirlo. Lo vediamo nei settori giovanili pieni di promesse e poco sfruttate per mancanza di… fondi. Un gioco corrotto che arriva fino alle categorie di primissimo livello: tutto è nelle mani di procuratori alla ricerca di sponsorizzazioni, raccomandazioni e non certo alla ricerca di talenti puri che molto potrebbero dare al calcio attuale. Non è quindi la mancanza di talento, non per assenza di passione, ma il calcio è in crisi perché è stato costruito un sistema che calpesta i ragazzi prima ancora che tocchino un pallone.

Scontri tra tifosi

Il grande Gianni Rivera lo sostiene senza girarci intorno: “Tutto ruota attorno ai soldi: non conta più chi sa giocare, conta chi può permettersi di farlo. Se sei un bambino e vuoi inseguire un sogno, devi sperare che la tua famiglia abbia il portafoglio giusto. Altrimenti resti fuori, guardi gli altri, ti spegni”. Ci sono procuratori che bussano alle porte dei genitori chiedendo denaro per bambini che non hanno nemmeno esordito in una squadra vera. E chi non paga? Semplice: non gioca, non viene convocato, non viene nemmeno guardato. Così non crescono i giovani, così cresce solo l’ingiustizia. Abbiamo dimenticato una verità elementare: il talento non si compra, si riconosce, si coltiva, si protegge. E invece si soffoca, lo si fa scappare, lo si costringe ad arrendersi ancora prima che abbia respirato il profumo dell’erba di un campo vero. E allora non è sport, non è educazione, non è sogno: è business. Sporco, brutale, cinico.

Giocatori sotto la curva per scusarsi

Se un ragazzo nasce con un dono, quel dono non appartiene né ai procuratori né ai dirigenti: è suo. E così, in assenze di vere scuole calcio assistiamo ad una nazionale italiana che stenta a qualificarsi ai mondiali (ne ha già perse due di qualificazioni), giovani ce ne sono pochi e quei pochi o scoppiano per pressioni da parte di sponsor, procuratori, social oppure non esplodono perché non riescono a trovare i canali giusti per farlo. Una sconcertante verità evidente a tutti ma che condiziona ancora inesorabilmente le domeniche dei tifosi (per la verità anche i lunedì o i venerdì e i sabati con anticipi, posticipi e altro) tanto da non opporsi completamente, si fa finta di non vedere, si deve andare avanti. Un mare di pubblicità, sponsorizzazioni, diritti televisivi, che dettano legge.

Neymar

E come nel campo così sugli spalti: difficile trovare il tifoso “sportivo” che applaude a prescindere la propria squadra e quella ospite. Prevalgono luoghi comuni: a fine partita tutti sotto la curva a chiedere scusa in caso di sconfitta, minacce di morte ai giocatori e alle famiglie se si sbaglia un rigore, ultras spesso preda (o parte integrante) di camorra e organizzazioni criminali. Scontri bestiali tra gente poco propensa alla civiltà, curve come luogo di sfogo per malesseri personali. E tutto fila liscio, indagini superficiali e pene leggerissime per chi trama alle spalle dei veri tifosi innamorati del calcio vero e puro.

Lo stadio bruciato in Finlandia

E se la squadra retrocede? Semplice, si brucia lo stadio come è successo nella civilissima Finlandia in occasione della retrocessione della squadra dell’Haka quando alcuni pseudo tifosi hanno dato alle fiamme le tribune dello stadio Tehtaan Kenttä. Ad oggi la situazione non è delle migliori ma è chiaro che il problema non è il calcio ma va ricercato in una crisi di valori, nella sicura non volontà di essere costruttori di civiltà.

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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