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Body shaming, il nuovo dizionario delle parole offensive

di | 2026-01-02T18:19:52+01:00 4-1-2026 0:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

VITERBO – C’è un momento, nella vita di ogni parola, in cui smette di essere solo una combinazione di lettere e inizia a pesare. Pesa sulle persone, sulle relazioni, sull’immagine che ciascuno costruisce di sé e degli altri. È da questa consapevolezza che nasce il nuovo dizionario delle parole offensive: non un elenco di divieti, ma uno strumento culturale che invita a riflettere sul linguaggio e sul suo ruolo nel body shaming. Il nodo non è stabilire cosa “si può dire” e cosa no, ma comprendere come alcune parole, spesso usate con leggerezza o ironia, veicolino una visione del corpo fondata sul giudizio. Termini entrati nel parlato comune, talmente normalizzati da sembrare innocui, vengono oggi segnalati perché portatori di stereotipi e discriminazioni. Ed è proprio questa apparente innocenza il loro tratto più insidioso.

Nel dizionario trovano spazio parole che riducono le persone a una caratteristica fisica, trasformando il corpo in un’etichetta. Espressioni come cicciona, secco, rachitico, nano, balena, armadio o deforme non descrivono, classificano. E lo fanno secondo una scala implicita di valore, dove esiste un corpo “giusto” e tutti gli altri sono deviazioni più o meno tollerabili. Un sistema semplice, immediato, comodo. Come tutti i sistemi che evitano di pensare. Molte di queste parole vengono spesso giustificate con la formula magica del “si scherza”. Peccato che lo scherzo, nella maggior parte dei casi, funzioni solo per chi lo fa. Per chi lo subisce, invece, resta una definizione appiccicata addosso, difficile da staccare. Un po’ come quelle etichette sui barattoli che non vengono mai via del tutto: anche dopo averle tolte, rimane la colla.

Il dizionario non cancella questi termini, ma li contestualizza, spiegandone l’origine e l’uso discriminatorio. È un’operazione che riguarda la responsabilità del linguaggio, non la sua sterilizzazione. Le parole non sono entità astratte: vivono nei contesti sociali, riflettono mentalità, consolidano sguardi. Non è neanche un complotto del politicamente corretto, ma semplice alfabetizzazione culturale. Un po’ come scoprire che il cibo spazzatura mangiato tutti i giorni, alla lunga, non fa benissimo. Chi l’avrebbe mai detto. Nel caso del body shaming il linguaggio è spesso il primo veicolo di esclusione. Prima ancora degli sguardi o dei commenti espliciti, arrivano le parole: rapide, affilate, apparentemente leggere.

Ripetute nel tempo, finiscono per definire identità, soprattutto nei contesti più fragili come l’adolescenza o i social network, dove il corpo è costantemente esposto e valutato. Il valore di questo nuovo dizionario sta proprio nel rendere visibile ciò che di solito passa inosservato. Nel mostrare come il lessico quotidiano contribuisca a normalizzare una cultura del giudizio permanente. Non chiede di parlare meno, ma di parlare meglio. Di scegliere consapevolmente, sapendo che le parole non sono mai solo parole. In fondo, aggiornare il linguaggio è un segno di intelligenza, non di debolezza. Le persone cambiano, la società evolve, i dizionari si aggiornano. Restare aggrappati a espressioni che feriscono, invece, non è tradizione, è pigrizia. E quella sì, per fortuna, non ha ancora trovato una giustificazione credibile.

Alessia Latini

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