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Biopic, quanto è vera la verità al cinema?

di | 2026-05-24T01:12:29+02:00 24-5-2026 0:05|Sezione 2, Spettacolo|0 Commenti

MILANO – Il cinema non ha mai smesso di raccontare storie vere, ma oggi qualcosa è cambiato: non è più una scelta tra tante, è diventata quasi una regola. Negli ultimi anni i biopic hanno conquistato le sale uno dopo l’altro, trasformandosi da genere di nicchia a pilastro dell’industria: da Bohemian Rhapsody a Elvis, da Oppenheimer fino ai più recenti titoli musicali. L’ultimo caso è Michael, il film su Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua, arrivato nelle sale italiane il 22 aprile scorso con un esordio da record: 218 milioni di dollari nel primo weekend, il miglior risultato di sempre per un biopic musicale. Non è più solo una tendenza: è un segnale.

La domanda che vale la pena farsi non è se questo trend continuerà — continuerà — ma perché funziona così bene, e cosa dice del pubblico che lo alimenta. Il biopic è diventato, negli ultimi dieci-quindici anni, il genere più sicuro del cinema commerciale. Sicuro per gli studios, che investono su storie già conosciute riducendo il rischio; sicuro per il pubblico, che entra in sala sapendo già chi è il protagonista e cosa ha fatto. Il successo di Bohemian Rhapsody — quasi novecentomila milioni di dollari al botteghino mondiale, quattro Oscar — ha aperto una porta che non si è più richiusa. Da allora, musicisti, imprenditori, scienziati, sportivi e politici sono diventati il materiale preferito di Hollywood. La formula funziona per ragioni precise, e vale la pena esaminarle una per una invece di liquidarle come semplice nostalgia o pigrizia creativa.

La prima ragione è la familiarità. Il pubblico che va a vedere Elvis conosce già Elvis: sa le canzoni, conosce la storia, magari ha un legame emotivo con quella musica. Questa conoscenza preventiva non riduce l’interesse: lo amplifica. Si va al cinema non per scoprire chi è il personaggio, ma per vedere come viene raccontato, per confrontare la propria immagine mentale con quella proposta dal film, per rivivere qualcosa che già si ama in un formato nuovo. È un meccanismo diverso da quello del film di finzione, dove l’ignoto è il motore: qui il motore è il riconoscimento, e il piacere che ne deriva è altrettanto potente. La seconda ragione, meno ovvia, è il bisogno di autenticità. In un’epoca saturata di contenuti generati artificialmente, di immagini ritoccate, di narrazioni costruite per i social, il fatto che una storia sia vera ha acquisito un peso specifico diverso. “Questa è una storia reale” è diventata una delle leve emotive più potenti che esistano, capace di abbassare le difese del pubblico e aumentare l’investimento emotivo prima ancora che il film cominci.

C’è poi una ragione strutturale: le vite reali sono già, per definizione, narrative perfette. Hanno conflitti, cadute, redenzioni, momenti di svolta. Non hanno bisogno di essere inventate, hanno solo bisogno di essere selezionate e montate. E la vita di un’icona pop, di uno scienziato che ha cambiato il mondo, di un imprenditore che ha fondato un’azienda da un garage, offre già tutto il materiale necessario per un racconto cinematografico potente. A questo si aggiunge la cultura della celebrità, che negli ultimi decenni ha trasformato la vita privata dei personaggi pubblici in un oggetto di interesse quasi patologico. Il biopic è, tra le altre cose, il modo legittimo — o almeno socialmente accettato — di soddisfare questa curiosità: entrare dietro le quinte, vedere l’uomo o la donna oltre il personaggio, scoprire le crepe che la fama aveva nascosto.

Il film su Michael Jackson è il caso più emblematico di tutti questi meccanismi, e anche il più complicato. Michael è diretto da Antoine Fuqua — il regista di Training Day — e scritto da John Logan, sceneggiatore de Il gladiatore, The Aviator e Skyfall. Il ruolo di Michael Jackson è affidato a Jaafar Jackson, nipote dell’artista e figlio di Jermaine, al suo debutto cinematografico. Il film copre la carriera di Jackson dalla nascita dei Jackson 5 negli anni Sessanta fino al Bad Tour alla fine degli anni Ottanta, con più di trenta canzoni del suo catalogo. Il risultato è visivamente impeccabile e musicalmente strepitoso — com’era prevedibile, data la materia prima. Jaafar Jackson è convincente nel ruolo, e Colman Domingo nei panni di Joe Jackson, il padre-padrone, offre una delle interpretazioni più intense del film. E tuttavia Michael è anche l’esempio più nitido del problema fondamentale del biopic contemporaneo: il rapporto tra la realtà e la versione di essa che si decide di raccontare.

Durante la produzione, dopo che una clausola legale era emersa da un vecchio accordo, i riferimenti alle accuse di abusi sessuali su minori del 1993 sono stati rimossi dal film, il terzo atto è stato riscritto e sono state effettuate riprese aggiuntive per un costo totale che ha portato il budget a oltre 150 milioni di dollari. Il risultato, secondo la critica, è un ritratto potente ma “sanitizzato”: celebrativo più che analitico, spettacolare più che onesto. Su Rotten Tomatoes, solo il 39% delle recensioni dei critici è positivo — mentre il pubblico ha risposto con entusiasmo, portando il film a oltre 700 milioni di dollari di incasso globale. Il divario tra giudizio critico e risposta del pubblico non potrebbe essere più eloquente. Questo divario descrive qualcosa di preciso sul biopic come genere e sul pubblico che lo consuma. Il pubblico che va a vedere Michael non vuole necessariamente una resa dei conti con la complessità dell’uomo: vuole rivivere la musica, celebrare l’icona, stare per due ore dentro un’esperienza emotivamente intensa.

È una forma legittima di consumo culturale. Ma è diversa da ciò che il cinema, nella sua tradizione più ambiziosa, ha sempre cercato di fare: non solo mostrare, ma interrogare. Non solo celebrare, ma capire. I biopic migliori — e ne esistono, da I tre giorni del Condor a Milk, da Amadeus a Spencer — fanno entrambe le cose: entrano nella vita di un personaggio reale e la usano per dire qualcosa di più largo, sulla natura umana, sul potere, sulla creazione. I biopic peggiori sono essenzialmente videoclip estesi, con un budget da film e la profondità di un comunicato stampa. Il pubblico è cambiato, questo è indubbio. L’interesse per i fallimenti, per le fragilità, per le vite complesse e contraddittorie dei personaggi pubblici è reale e crescente — lo dimostrano il successo di certi documentari, di certe serie, di certi podcast. Non si vogliono più eroi senza macchia: si vogliono esseri umani.

Ma c’è una differenza tra mostrare la fragilità di un personaggio e usarla davvero per costruire un ritratto onesto. E spesso, quando entrano in gioco i diritti, le famiglie, i co-esecutori testamentari e i budget da centinaia di milioni di dollari, quella differenza viene sacrificata sull’altare del consenso. Michael Jackson — l’artista, l’uomo, la contraddizione — meritava forse un film più coraggioso. Quello che ha ottenuto è uno spettacolo straordinario, ma non è la stessa cosa.

Ivana Tuzi

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