MILANO – Il 2026 si apre con una doppia infornata di notizie che segnano un cambio di passo nella mobilità urbana a Milano: da una parte, l’avanzata di quella che viene già definita Bicipolitana, dall’altra una trasformazione radicale dei servizi di car sharing che, pur non cancellando del tutto l’automobile condivisa, ne ridefinisce termini e modalità. In un sol colpo, la città sembra voler coniugare sostenibilità, ordine urbano e nuove regole del viaggio quotidiano, in un percorso che intreccia cultura, economia e spazio pubblico. 
La prima novità riguarda proprio la Bicipolitana, un concetto che negli ultimi anni ha preso forma nelle discussioni di urbanisti, amministratori e ciclisti metropolitani: non una semplice rete di piste qua e là, ma un sistema leggibile, riconoscibile, intuitivo, capace di rendere la bicicletta una scelta quotidiana per spostarsi in città. È significativo, in questo senso, lo sforzo finanziario messo in campo dal Comune: il Consiglio comunale ha approvato uno stanziamento aggiuntivo di 100.000 euro nel bilancio di previsione 2026–2028, risorse che serviranno a dare concretezza a questo progetto. Più che un intervento di facciata, è un gesto di fiducia verso una mobilità dolce che chiede spazio, chiarezza e infrastrutture adeguate.
Ma cosa significa, nel concreto, Bicipolitana? L’obiettivo dichiarato è migliorare la leggibilità della rete ciclabile milanese attraverso una segnaletica chiara e coerente: linee numerate, colori distintivi, indicazioni facilmente interpretabili anche per chi non è abituato ad andare in bici. L’idea non è solo tecnica, ma culturale: si tratta di offrire una mappa mentale della città su due ruote, un modo per superare il vecchio concetto di “pista sparsa” verso una visione di sistema, ispirata ai principi del programma Möves, che da tempo sostiene una mobilità più sostenibile e integrata. La promessa è semplice ma ambiziosa: una rete ciclabile più continua e intuitiva, in grado di incentivare l’uso quotidiano della bici non solo nei mesi miti, ma per tutto l’anno.
Parallelamente si muove un altro pezzo del mosaico della mobilità urbana: il car sharing. Dopo anni in cui servizi come Zity avevano popolato strade e marciapiedi con veicoli pronti a partire da ogni angolo, la città si trova ora davanti a una nuova configurazione. Zity ha concluso le sue attività a dicembre 2025, vittima di costi operativi troppo elevati per sostenere l’attuale modello di free‑floating, quello in cui l’auto può essere presa e lasciata ovunque all’interno dell’area di servizio. La decisione ha acceso discussioni, ma ha soprattutto fatto emergere una domanda: quale futuro per il car sharing in una città sempre più attenta alla gestione dello spazio pubblico e alle esigenze dei cittadini? La risposta, almeno per il momento, arriva sotto forma di un nuovo modello proposto da Enjoy. 
Dal 12 gennaio 2026, il servizio cambia pelle: addio definitivo all’accesso libero nei quartieri di tutta Milano, come lo si conosceva. Al suo posto vengono introdotti gli Enjoy Point, aree dedicate — presso aeroporti, stazioni ferroviarie, principali snodi urbani — dove i veicoli devono essere prelevati e riconsegnati. Inoltre, viene eliminata la possibilità di entrare nelle zone a traffico limitato senza controlli e il parcheggio gratuito sulle strisce blu lascia spazio a regole più rigide, con l’obiettivo dichiarato di controllare meglio la flotta, ridurre i costi operativi e diminuire l’impatto sul tessuto urbano. Nel complesso, questo cambio di modello indica una riflessione più ampia: la mobilità condivisa non è destinata a scomparire, ma a trasformarsi. Milano non rinuncia all’auto condivisa, ma ne ridisegna le regole, cercando di conciliare l’esigenza di flessibilità con quella di ordine e sostenibilità. In questo senso, la città si trova in una fase di transizione, in cui spinge verso la mobilità ciclabile e allo stesso tempo ridefinisce il ruolo dei servizi di mobilità a motore.
Guardando l’insieme, non si può non notare il contrasto e insieme l’equilibrio che Milano cerca di costruire. Da un lato, investi risorse e immaginazione su una Bicipolitana che parla di lentezza, di prossimità, di scelte quotidiane consapevoli; dall’altro, riorganizzi un sistema di car sharing che era stato fino a ieri sinonimo di libertà di movimento senza eguali. È una città che sembra voler sperimentare: non bandisce i modelli del passato, ma li fa evolvere per adattarli ai tempi che cambiano. La riflessione che emerge è più profonda di un semplice aggiornamento infrastrutturale. Milano sta ridefinendo il proprio modello di mobilità non solo sulla base di tecnologie o flussi di traffico, ma anche sulla base di un cambiamento sociale e culturale. La Bicipolitana non è solo una rete: è un investimento culturale e infrastrutturale, un passo verso una città in cui la percezione dello spazio pubblico cambia. Parallelamente, il car sharing si adatta a esigenze economiche e gestionali nuove, dove l’interpretazione di sostenibilità non coincide necessariamente con la sola eliminazione dell’auto, ma con la sua regolazione intelligente. 
Che Milano stia diventando un laboratorio di mobilità più responsabile e coerente non è un’ipotesi campata in aria: lo dicono i numeri, lo dicono le decisioni amministrative, lo dice il dibattito pubblico. E mentre si guarda alle scelte dei prossimi anni — tra implementazioni della Bicipolitana, esperimenti di mobilità integrata e nuove regole per i servizi condivisi — emerge con chiarezza un senso: la città non vuole solo muovere persone, ma anche modellare un modo di vivere, di spostarsi, di abitare lo spazio urbano. In fondo, la questione non è tecnica quanto sembra: non si tratta soltanto di infrastrutture o di costi operativi. Si tratta di capire quale Milano vogliamo.
Una città piena di vetture in continuo movimento? Una rete di percorsi pedalabili che invita a rallentare? Un ambiente dove i servizi condivisi convivono con la bicicletta, il trasporto pubblico e le scelte personali di mobilità? Le risposte non sono immediate, ma quello che ormai appare evidente è che la città sta provando a immaginarle, a costruirle, e — soprattutto — a viverle.
Ivana Tuzi

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