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“Il giudice ragazzino” proclamato beato

di | 2021-05-08T17:19:47+02:00 9-5-2021 6:10|Personaggi, Sezione 3|1 Comment

PALERMO – Non aveva neppure 38 anni Rosario Livatino, il giudice ucciso da quattro killer della Stidda, la mafia agrigentina, sulla Statale 640 Caltanissetta/Agrigento, mentre si recava senza scorta al Tribunale di Agrigento, il 21 settembre 1990. Oggi 9 maggio – stesso giorno in cui nel 1993 papa Giovanni Paolo II pronunciò alla Valle dei Templi l’anatema contro i mafiosi – il giudice sarà proclamato “beato” nella Cattedrale di Agrigento, primo magistrato ad essere tale, nella storia della Chiesa cattolica.

Tante pubblicazioni hanno attestato la statura etica di Livatino, esaltata anche dal film di Alessandro Di Robilant “Il giudice ragazzino”, con Giulio Scarpati nel ruolo del magistrato. Nel libro Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (Di Girolamo, Trapani, 2021, € 10) Augusto Cavadi presenta la vicenda umana di Livatino da una prospettiva laica, valida quindi per credenti e non credenti. Dopo aver chiarito la pluralità semantica del termine “laicità”, Cavadi ne giustifica l’attribuzione a Livatino, cattolico praticante “nell’accezione oggi dominante di mente tesa alla ricerca, aperta al confronto, scevra da certezze dogmatiche, leale nei confronti della Repubblica democratica e delle sue leggi”. Sottolinea infatti che il giudice “coltiva la dimensione della fede, consapevole che la vocazione alla santità non è un’esclusiva di frati e suore, ma riguarda tutti i battezzati; anzi l’intera umanità che vive anche all’esterno dei confini ecclesiali”. Livatino infatti viveva sì una religiosità “tradizionale, quasi adolescenziale, intelligentemente conservatrice”; ma non fu affatto un integralista. Significativa la pagina del diario dove scrive: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».

Lo scrittore Augusto Cavadi

Ma chi era Rosario Livatino? Era uno che rifiutava la scorta perché, confidava al parroco: “Non posso permettere che padri di famiglia possano perdere la propria vita per difendere la mia”; uno che rispettava il lavoro del personale delle pulizie e aspettava che si asciugasse il pavimento, prima di entrare nella sua stanza in Tribunale; uno che, se qualcuno lo riconosceva in un ufficio pubblico, non voleva privilegi; uno che, l’indomani di Ferragosto, portò di persona la notifica di remissione in libertà per un detenuto nel carcere “Petrusa” di Agrigento: a chi gli fece notare che poteva aspettare il lunedì successivo, rispose che il detenuto, pagato il suo debito, aveva diritto subito alla libertà. Uno che – disse sua madre in una rara intervista – credeva nell’onestà, nella rettitudine, nell’umanità: “Non era uno che amava mostrarsi, eppure non mancava mai di dare agli altri. Lo faceva in silenzio. Se sapeva che qualcuno aveva bisogno, lui mi diceva ‘Tieni mamma’. Lo dava a me perché io lo dessi agli altri”.

Era un magistrato particolarmente rispettoso delle prerogative della difesa: “Il rispetto per gli avvocati difensori era anche un modo per manifestare e concretizzare il rispetto per gli imputati”, scrive Cavadi. Aveva una concezione altissima della magistratura e riteneva che il magistrato deve essere un cittadino modello. Ecco le sue parole in una conferenza del 1986: “I magistrati, credenti e non credenti, nel momento del decidere, devono dimettere ogni vanità e ogni superbia, devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani”. I colleghi hanno poi testimoniato la sua preparazione eccellente, la sua notevole capacità di approfondimento, la sua tenacia, la sua capacità di evitare ogni condizionamento, il suo essere alieno da ogni forma di protagonismo.

Perché è stato ucciso? Cavadi ricorda una triste verità: “La violenza mafiosa non è mai cieca, ‘selvaggia’, superflua: è mirata, strategica, programmata”. In Sicilia, se ci si trova in una situazione di generale sottomissione a Cosa nostra, la violenza mafiosa agisce per punire in modo esemplare chi non si piega agli avvertimenti e “dà un cattivo esempio alla propria categoria”: “Senza i commercianti pavidi, i medici compiacenti, i magistrati corrotti… queste categorie non avrebbero avuto tante vittime. Ѐ il compromesso delle maggioranze silenziose a rendere rischiosa la vita delle “minoranze critiche”. Affermazione ribadita dal magistrato Salvo Barresi, collega dell’ucciso: “Molte persone (magistrati, investigatori, uomini politici) si sono trovate ad essere esposte all’aggressione della mafia non tanto perché hanno fatto un passo avanti rispetto alle altre, ma molto più semplicemente perché sono rimaste con coscienza al loro posto, mentre tutti gli altri facevano un passo indietro”.

Purtroppo, la tenace azione giudiziaria del giudice Livatino non è stata sempre sostenuta a dovere nei Tribunali; ed era poco “appoggiata” nel difficile clima politico di allora (Cavadi ricorda che nel 1990 a presiedere la I sezione della Cassazione c’era il ‘garantista’ giudice Carnevale e come Capo dello Stato e del Consiglio Superiore della Magistratura il discusso Francesco Cossiga).

Scrive ancora su Livatino il collega Luca Tescaroli: “Rosario apparteneva a quel gruppo di persone che hanno fatto e fanno del coraggio e dell’adempimento del dovere, nel completo rispetto della legge, uno stile di vita. Egli sapeva bene i rischi che correva ma rimase al suo posto nonostante le minacce e gli avvertimenti, l’assenza di mezzi, le singolari prudenze dei superiori e il senso di impotenza. Un eroe moderno cui il nostro Paese deve essere profondamente grato e che non può mai essere dimenticato per la sua lezione di professionalità e di dignità”.

Si comprende quindi la volontà della Chiesa cattolica di dichiararlo beato: “Operazione non priva di rischi – scrive Cavadi -. Da un lato, infatti, si potrebbe credere che la Chiesa siciliana sia sempre stata esente da omissioni e da qualche compromesso con la mafia, dall’altro c’è il pericolo che Livatino (e prima di lui don Pino Puglisi) diventino dei ‘santini’, sempre più ammirabili e sempre meno imitabili”. Tuttavia, sottolinea l’autore: “La canonizzazione di Livatino potrebbe lanciare anche un duplice messaggio teologico: chi muore nell’adempimento ‘normale’ del proprio mestiere merita lo stesso riconoscimento ecclesiale di chi muore nelle condizioni ‘straordinarie’ di un missionario in terra di infedeli” e dunque “chi – come il mafioso – calpesta un principio etico, un fratello è un nemico di Dio e del suo Cristo”.

Il libro, infine, ha il merito di ricordare anche il coraggio civico di Pietro Nava, rappresentante bergamasco di porte blindate, che, avendo assistito all’uccisione del magistrato, ha denunciato e testimoniato, consentendo di individuare e processare gli assassini del giudice ucciso, sebbene la sua azione gli sia costata il cambio d’identità, di città e altri enormi sacrifici. A Livatino e al testimone coraggioso Pietro Nava, scrive ancora il magistrato Luca Tescaroli, la nostra immensa gratitudine, perché, in modo diverso, hanno dato prova che “il proprio dovere non può essere condizionato dall’interesse personale, dal compromesso e dall’esistenza dei pericoli. La paura, sulla quale prosperano la mafia e l’omertà, può essere sconfitta”.

Allora, conclude Cavadi, sia credenti in un Dio di giustizia e amore, come il giudice Rosario Livatino, sia non credenti “daremo senso alle nostre effimere esistenze solo facendo del nostro meglio affinché qualcosa di tale ipotetico Potere trascendente possa rilucere nell’ambigua quotidianità della nostra storia”.

Maria D’Asaro

 

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

One Comment

  1. Augusto Cavadi 9 maggio 2021 at 9:14 - Reply

    Grazie, Maria, dell’affettuosa intelligenza con cui hai riletto insieme a me la vicenda di Livatino.

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