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Avvento diventa attesa di un bene insperato

di | 2025-12-19T15:17:46+01:00 21-12-2025 0:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

NAPOLI – Uno dei caratteri fondamentali dell’Avvento è l’attendere, che è nel contempo anche uno sperare. Con ciò, l’Avvento dà voce a quello che è il contenuto del tempo cristiano e il contenuto della storia come tale. Nella sua vita, l’uomo è l’essere che attende: e che l’uomo sia un essere che attende, mai diviene così palese come nel tempo della malattia e della sofferenza. E allo stesso modo l’attendere è un fardello troppo gravoso da portare quando resta del tutto incerto se sia lecito aspettarsi qualcosa. Ma cosa è e cosa c’entra questa attesa? Attesa di che, di chi? E perché tanto clamore o forse, che è più esatto, perché tanto silenzio e tanta indifferenza?

Tutta la vita è attesa. Spesso l’attesa la traduciamo in quello che pensiamo noi, nelle nostre idee, nelle nostre concezioni di bene, nelle nostre sensazioni o stati d’animo. L’avvento richiede, suggerisce, quindi, nell’attesa, una sorta presa di coscienza, una ricerca. Suggerisce che il desiderio di un bene bisogna cercarlo, bisogna che ci si ponga quanto meno in posizione di …attesa. Tutto questo trova forme e aspetti inesorabilmente variegati. C’è chi aspetta la luce e chi, ahimè, le luci; c’è chi attende una risposta e chi desidera una tranquillità, che è anch’essa occasione di presa di coscienza.  Ma se il tempo stesso possiede un senso, se in ogni istante è racchiuso qualcosa di peculiare e che ha davvero valore, allora il presentimento di letizia per ciò che di meglio il domani recherà rende ancora più prezioso quanto è già presente, e ci conduce come un’invisibile forza attraverso il fluire del tempo.

L’Avvento cristiano ci vuole insegnare ad attendere proprio in questo modo: esso anzi è la forma specificamente cristiana dell’attendere e dello sperare. Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Esso vuole staccare il frutto maturo non appena germoglia. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Perciò, la vigilanza è il tema che la Chiesa pone in capo al nostro nuovo anno di vita, come senso dell’imminenza della Sua venuta, come attesa e desiderio della Sua venuta. Ma si può essere vigilanti anche se non si crede? Certo è che non si può essere in attesa di qualcosa o qualcuno se manca il fondamento di tale posizione, se manca un’oggettiva motivazione a tale posizione. Perché porsi un problema se il problema non c’è? Del resto la frase tipica è proprio “ma che senso ha porsi il problema, che senso ha fare un’autocoscienza. E di cosa poi? E perché.

“Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza; e chi vuole ambire all’amicizia e all’amore di altro, senza attendere che la sua anima si apra all’altra fino ad averne accesso, a costui rimarrà eternamente nascosta la profonda benedizione di una vita che si svolge tra due anime. Nel mondo dobbiamo attendere le cose più grandi, più profonde, più delicate, e questo non avviene in modo tempestoso, ma secondo la legge divina della germinazione, della crescita e dello sviluppo” (Dietrich Bonhoeffer).

E allora se tutto non dipende anzitutto da te ed è possibile per te, in fondo, l’unica cosa che uno può fare è semplicissima: è riconoscere e accettare quantomeno quello che siamo. Questa, in fondo, è ciò che la Chiesa chiama umiltà. L’unica possibilità che l’uomo ragionevolmente ha è questa attesa. Ma l’attesa è anche accettare l’inatteso, l’imprevisto, un bene insperato, esso presenta un volto diverso da quando la nostra coscienza è coperta da una nebbia che ne rende incerti l’origine e il destino. L’accettazione di questo bene insperato è già l’inizio di un cambiamento.

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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