ROMA – Artemis II, alle ore 00:35 del 2 aprile 2026, ha abbandonato il pianeta Terra. Il razzo più potente mai realizzato dalla NASA, lo Space Launch System (SLS), è stato in grado di portare la capsula Orion, con al suo interno quattro astronauti, verso la Luna in un singolo lancio, lasciando dietro di sé il Kennedy Space Center, in Florida. Nessuna missione di allunaggio: Artemis II è un volo di test, che mira a riportare gli astronauti a camminare sulla Luna nel 2028. Il momento epocale è stato quello dell’01:49 del 3 aprile: per la prima volta dal 7 dicembre 1972, dopo la missione Apollo 17, nuovi astronauti hanno lasciato l’orbita terrestre, compiendo così la manovra più attesa della missione. Tuttavia, il record che ha fatto accendere i riflettori su Artemis II è stato quello della massima distanza dalla Terra, mai raggiunta da un essere umano: 406.777 chilometri, circa 6.600 in più rispetto al precedente record di Apollo 13 (che ne percorse 400.171).

Lancio di Artemis II
Le missioni Artemis stanno riscrivendo la storia. Non solo perché i momenti chiave dell’esplorazione umana nello spazio profondo stanno avvenendo in diretta streaming mondiale (e non più via radio o in TV in differita), ma anche perché la missione attuale punta ad una permanenza sostenibile sulla Luna e ad una collaborazione internazionale. Un panorama nettamente diverso da quello in cui avvennero le missioni Apollo, dettate principalmente dalla competizione della Guerra Fredda. L’equipaggio di Artemis II, scelto dalla NASA, è, infatti, il primo che include una donna in una missione che sorvola la Luna, Christina Koch, tra l’altro specialista della missione. Il comandante è Reid Wiseman. Il pilota della capsula Orion, ribattezzata dall’equipaggio “Integrity”, è il primo afroamericano a raggiungere lo spazio profondo, Victor Glover. Infine, c’è anche il primo astronauta canadese a viaggiare verso la Luna, Jeremy Hansen, dell’Agenzia Spaziale Canadese.

Equipaggio di Artemis II
Il “Lunar Targeting Plan”, sviluppato a Huston, ha suggerito cosa fotografare e cosa studiare nelle sei ore in cui il team di astronauti si sarebbe avvicinato alla Luna. È stato indicato di immortalare e descrivere forme, consistenze e colori di antiche colate laviche, crateri da impatto e catene montuose presenti sulla superficie lunare. Grazie alle 32 telecamere, GoPro, reflex professionali, gli stessi smartphone degli astronauti (che la NASA da febbraio ha ammesso a bordo), 15 sensori esterni alla navicella e 17 telecamere portatili, è stato possibile scattare foto, registrare video e audio con commenti a caldo. Queste osservazioni serviranno per progettare le successive missioni Artemis della NASA, che prevedono l’allunaggio in tempi neanche troppo lontani.

La Luna che eclissa il Sole
A quanto pare, il lato nascosto della Luna, non visibile dalla Terra, è più arido, ha una crosta più spessa, più crateri e meno mari lunari. Sono stati osservati anche piccoli nuovi crateri, che “assomigliano ad un paralume con minuscoli fori puntiformi da cui filtra la luce e sono incredibilmente luminosi rispetto al resto della Luna”, ha comunicato Koch. “I colori hanno tante sfumature diverse di grigio, sfumature marroni e una particolare sfumatura verdastra, in prossimità del cratere Aristarchus”, ha detto Hansen.

Crateri del bacino Polo Sud della Luna
Il cosiddetto “flyby lunare”, ossia il giro attorno alla Luna, è iniziato lunedì 6 aprile alle 20:45 e si è concluso il giorno dopo alle 03:40. Ma è la data di martedì 7 aprile all’01:02 che verrà ricordata più di tutte: in quel momento Orion è passato a soli 6.542 chilometri dalla superficie della Luna. Un record, certamente, ma come ha detto Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, “un astronauta non considera i record. I record ci sono per essere superati”. E a tal proposito, Wiseman ha fatto sapere di aver scelto proprio quel momento “per lanciare una sfida alle prossime generazioni, affinché questo record non duri a lungo”.

Luca Parmitano
Gli astronauti sono rimasti dietro il nostro unico satellite naturale per ben 40 minuti, perdendo così le comunicazioni con la stazione di Huston a causa della presenza della Luna tra loro e la Terra. In quei minuti, hanno potuto assistere a un’eclissi solare totale, durata 53 minuti, ammirando così il Sole nascosto dalla Luna e la corona solare, descritta da Glover come “davvero surreale”.
Poco dopo aver superato il record di distanza dalla Terra, è stato avvistato anche un punto luminoso, al confine tra la faccia visibile e quella nascosta della Luna, che l’equipaggio vorrebbe dedicare a Carroll, la moglie del comandante Wiseman, deceduta nel 2020. “C’è tanta magia nelle isole di luce, nelle valli che sembrano buchi neri”, ha ammesso Glover, mentre ammirava il Terminatore, la linea che separa il lato della Luna illuminato da quello in ombra. Il comandante Wiseman a lavoro Se il “flyby lunare” di Apollo 13 è stato definito come “il più grande fallimento riuscito dalla NASA”, quello di Artemis II è stato voluto e progettato da tempo.

Protezioni per l’eclissi
Nel 1970 l’esplosione di un serbatoio di ossigeno costrinse gli astronauti a rientrare nell’atmosfera terrestre sfruttando la gravità lunare per invertire la rotta verso la Terra. Nel 2026, invece, le motivazioni che hanno portato gli astronauti di Artemis II a sorvolare la Luna sono state principalmente di studio. A maggior ragione dopo aver ascoltato il messaggio che, poco prima di morire, Jim Lovell, astronauta dell’Apollo 13, registrò per loro: “Ciao Artemis II, benvenuta nel mio vecchio quartiere. Sono orgoglioso di passare a voi il testimone mentre orbitate intorno alla Luna e gettate le basi per le missioni su Marte a beneficio di tutti. È un giorno storico”.

Sorvolo del lato nascosto della Luna
E le basi le si sta gettando per davvero. Su Artemis II sono stati svolti anche esperimenti scientifici per comprendere come i livelli di radiazioni e microgravità prolungata possano interferire con la fisiologia del corpo umano. Le informazioni ottenute saranno un punto di svolta o, forse, quello da cui partire, ma con maggiore consapevolezza, per pianificare le future missioni sul pianeta Marte, dove il viaggio durerà diversi mesi.

Hansen mentre raccoglie dati scientifici
Dopo aver completato la missione, Orion si è posizionato su una traiettoria di ritorno libero sulla Terra, nota come “free return trajectory”. Dal 2028 prenderanno vita le missioni Artemis IV e V: la prima punta all’allunaggio, la seconda conta di costruire la prima base sulla Luna. Insomma, seguiranno nuove missioni, sempre più impegnative, come sostiene la NASA, ma fondamentali per effettuare ulteriori scoperte scientifiche e portare a compimento quello che, un tempo, sembrava solamente un sogno ad occhi aperti: una missione con equipaggio su Marte.
Alice Luceri
Nell’immagine di copertina, tramonto terrestre immortalato dalla navicella Orion

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