NUORO – Chi non conosce o non ha letto, almeno una volta, i versi di Alda Merini, donna energica, forte, enigmatica nata il 21 marzo 1931 a Milano. Il padre, Nemo, era figlio di un conte comasco diseredato per aver sposato una contadina. Nemo svolgeva il lavoro di impiegato ma amava la lettura e la musica. La madre, Emilia Pianelli, era una semplice casalinga e una donna di poche pretese. Fin da bambina Alda aveva mostrato amore e dedizione per lo studio e, sebbene i genitori l’avessero costretta a frequentare la scuola di avviamento professionale, scriveva poesie e tentò l’esame di ammissione al ginnasio. Fu bocciata perché il suo tema venne valutato in modo insufficiente, ma lei non si perse certo d’animo e continuò a dedicare tempo e passione alla scrittura. 
Caratterialmente malinconica, dal temperamento mutevole e soggetto a crisi, era punita spesso dalla madre che non capiva il suo malessere. Ma il foglio bianco era per lei la sua valvola di sfogo, il suo porto sicuro dove trovare quiete e ricevere un abbraccio. Parlava poco ma sentiva tutto. Vedeva oltre le apparenze e comprendeva le emozioni delle altre persone. Quando il suo cammino incrociò quello della sua insegnante di lettere le cose cambiarono. Capì che Alda aveva talento e la presentò ad Angelo Romanò che la mise in contatto con Giacinto Spagnoletti.
All’età di quindici anni, un giorno, tornò a casa con una recensione di una sua poesia scritta da Spagnoletti. La mostrò al padre che l’aveva sempre incoraggiata a coltivare la lettura e la musica, ma questi la stracciò davanti ai suoi occhi affermando che la poesia non dava pane per sfamarsi. Nel 1947 Alda ebbe la prima crisi nervosa e venne ricoverata a Villa Turro, una clinica psichiatrica. In seguito, seppur con esiti non brillanti, venne affidata allo psicanalista Cesare Musatti. Nonostante questo, si sposò con Ettore Carniti e divenne madre, non abbandonando mai l’amore per la poesia. Si sposò giovanissima con un uomo che non la capiva e soprattutto non la amava. Il matrimonio che avrebbe dovuto regalarle gioia e serenità si trasformò nella sua gabbia. Non le portò libertà ma grande sofferenza. 
Scrisse fino al 1992 poi, a seguito di una lite col marito, ci fu un nuovo internamento nel manicomio Gaetano Pini e Alda cadde in un buio baratro. In 14 anni di ricovero, alternati da brevi rientri a casa, le furono praticati ben 47 elettroshock. Ebbe 4 figlie e tutte le vennero tolte e affidate ad altre famiglie. Subì decisioni, prese da altri per lei, senza la sua volontà. Fu privata di ogni forma di difesa e si cercò di chiuderle la bocca togliendole la voce. La sua sensibilità venne scambiata per debolezza, ma Alda aveva un’anima così grande che nemmeno la cella di un manicomio avrebbe potuto tenerla rinchiusa. Così iniziò a scrivere. E scrisse parole talmente belle da colpire l’anima dei lettori e dei critici letterari più importanti.
Fu grazie ad uno psichiatra illuminato, il dottor Enzo Gabrici, che si comprese che, più di ogni altra cosa, a salvarla dalla follia poteva essere la poesia. Così le fece dono di una penna, invitandola raccontare i suoi pensieri e le sue emozioni. Da quel momento scrisse ovunque: sul retro delle cartelle cliniche, sulle pareti della sua stanza, su dei fogli rubati ma, soprattutto nella sua mente quando veniva privata della carta. Le pareti che la contenevano fisicamente divennero le pagine della sua vita, e le parole uscite dalla sua mente iniziarono a librarsi in volo libere. Col tempo, quelli che alcuni definivano scarabocchi, idee malsane di una donna folle e malata di mente, divennero “un rifugio sicuro di chi soffre e lo specchio per chi è spezzato dentro, abbraccio per chi ha paura”. 
Con la chiusura dei manicomi Alda Merini rientrò a casa e riprese a comporre poesie. Aveva toccato il fondo, visto l’inferno, vissuto il peggio che un essere umano possa sopportare e la poesia divenne il modo per raccontare tutto questo. Cadde altre volte in crisi e subì un nuovo ricovero nel reparto di psichiatria durante gli anni ’80. Si sposò due volte e dopo la morte del secondo marito iniziò a pensare un po’ più a sé stessa. Si inserì sempre di più nel tessuto culturale milanese, strinse legami con diversi artisti, comparve in trasmissioni televisive, recitando e anche cantando le sue poesie a teatro. Alda Merini parlava di follia descrivendola come un dono, di amore come una ferita, della vita come un’eterna tempesta. Solo allora “il mondo la vide e la riconobbe per la sua genialità”.
Divenne così una figura molto popolare, sia come poetessa sia come autrice di aforismi, e la critica iniziò a dipingerla come una donna sensibile e fortemente ferita dalla ingiusta reclusione. Tra le sue frasi più belle, una è davvero speciale. Diceva: “Sono caduta, mi sono rialzata, fatta male e guarita. Sempre sola. Non cerco qualcuno che mi guarisca. Voglio qualcuno che non mi ferisca più”. Nel 1996 venne proposta per il premio Nobel per la Letteratura dall’Académie française, vinse numerosi riconoscimenti e nel 1999 ottenne il premio della Presidenza del Consiglio dei ministri per la Poesia. Morì il 1º novembre 2009, all’età di 78 anni, per un tumore osseo all’Ospedale San Paolo di Milano. 
La sua storia autentica, di donna che ha sofferto e combattuto, spesso è rimasta celata ai più, ma Alda Merini è la prova vivente che un corpo lo puoi costringere, fiaccare, addirittura distruggere, ma un cuore e un’anima così ricca di luce come la sua, nessuno potrà mai spegnerli. Nonostante le sofferenze, Alda Merini ha trasformato la sua esperienza in manicomio e il suo tormento interiore in una potente opera poetica. Oggi, è diventata universale e molto amata.
“Io la vita l’ho goduta tutta – diceva – a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno… Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.
Virginia Mariane

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