Quella di Marah, la ventenne morta di fame nell’ospedale Santa Chiara di Pisa è solo l’ultimo in ordine di tempo di episodi dell’ orrore cui assistiamo da 22 mesi ormai, a Gaza e in Cisgiordania. A cominciare dagli ordini di evacuazione ufficialmente a tutela della popolazione, nella realtà peregrinazioni continue da un luogo poco sicuro ad un altro che lo è ancor meno, inflitte ad una popolazione sempre più stremata e colpita spesso e volentieri proprio durante gli spostamenti. Come nel caso di Hind Rajab, la bimba di 5 anni quasi sei, sfuggita miracolosamente a un primo attacco dell’esercito israeliano che aveva ucciso tutti gli altri occupanti dell’autovettura nella quale viaggiava verso l’ospedale di Al Ahli di Gaza city il 29 gennaio del 2024, e uccisa da un ulteriore attacco, proprio quando un’ autoambulanza della mezza luna rossa arriva finalmente a prestarle soccorso, insieme agli operatori sanitari della stessa.
All’indomani del 7 ottobre cominciano i bombardamenti, continui, incessanti fino a una fragile tregua nel gennaio di quest’anno, per riprendere con maggior forza fino ad oggi. Tonnellate e tonnellate di bombe che in teoria dovrebbero colpire obiettivi militari ma che in realtà radono al suolo indiscriminatamente gli edifici della Striscia partendo dall’assunto che i miliziani di Hamas amino nascondersi tra i civili. I già inaccettabili ” effetti collaterali” di operazioni presumibilmente chirurgiche, si trasformano nella routine di bombardamenti in ogni edificio nel quale o sotto il quale potrebbero nascondersi i nemici fino a diventare intenzionali bombardamenti di abitazioni o persino di tende i cui occupanti, secondo l’esercito israeliano qualcosa con loro hanno a che fare per il semplice fatto di essere palestinesi. Anche in questo caso l’asticella si alza in direzione genocidaria. Dietro i numeri, le storie. Arrivano dagli stessi gazawi , dai giornalisti del posto ( gli altri non sono ammessi), dalle organizzazioni umanitarie che restano a Gaza e condividono la sorte degli abitanti della Striscia, dalle agenzie Onu, dai medici e dagli operatori sanitari, tutti attaccati a partire dalle sedi ONU, e screditati da massicce operazioni di propaganda, tutti decisi a far vedere al mondo una volta per tutte quel che succede e non da oggi e neppure da ieri, in Palestina.
Così arrivano altre storie. Per esempio quella di Alaa al- Najjar, una pediatra dell’ospedale Nasser di Khan Younis alla quale uccidono 9 dei suoi dieci bambini mentre suo marito, anche lui medico che era insieme ai figli durante l’attacco, muore qualche giorno dopo. L’esercito israeliano comunica che l’abitazione era uno dei 100 obiettivi individuati e riferisce di presunti tunnel sotterranei, piattaforme di lancio di razzi e quant’altro. Tutto, ovviamente, senza uno straccio di prova. Molto, molto oltre la scomparsa dell’ habeas corpus che una democrazia dovrebbe garantire : nessuno può essere privato della libertà personale senza conoscere i motivi e in mancanza di un legittimo mandato. I Gazawi sono privati della vita sulla base di una presunzione e addirittura sulla base della stessa si è privati della vita dei propri cari.
Non si contano gli ospedali e le scuole bombardate. Con numeri impressionanti di vittime civili perché ritenuti rifugi più o meno sicuri. Abbiamo visto le immagini e ascoltato la cronaca di bambini portati via dalle incubatrici, malati terminali evacuati, taglio dell’acqua e dell’energia elettrica e conseguente disattivazione dei dispositivi sanitari, e ospedali rimasti privi di garze, bende, disinfettanti, anestetici. I medici disperati hanno raccontato delle amputazioni eseguite anche su bambini senza anestetico. Molti di loro hanno subito ritorsioni. E’ successo al medico Hussam Abu Safiya sottoposto a isolamento, interrogatori, abusi fisici e psicologici che accomunano d’altronde tutti i detenuti palestinesi.***
Marwan Al- Sultan invece, direttore dell’ospedale indonesiano di Beit Lahiya nel nord della striscia, importante studioso nonché uno dei soli 2 cardiologi rimasti a Gaza, è stato ucciso insieme alla sua famiglia, di 7 persone. Sono 1400 gli operatori sanitari palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre 2023 ( dati ONU).
Le organizzazioni umanitarie locali e internazionali ( tra cui medici senza frontiere, emergency e tante altre) resistono, cercano di ritagliare tra gli orrori della guerra dei piccoli spazi di gioco per i bambini. Ci sono volontari gazawi molto giovani che utilizzano anche i canali social per raccontare e testimoniare nonché per comunicare con i coetanei. Faceva questo Yaqueen Hammad, undicenne attivista che pubblicava video sulla vita difficile in tempo di guerra , partecipava a raccolte fondi, come tanti adolescenti a Gaza, organizzava momenti di svago e animazione. Il 24 maggio scorso un missile ha colpito la sua casa uccidendola.
Con il blocco degli aiuti prima e la cattiva gestione degli stessi più tardi, sono aumentate le storie di denutrizione e fame. Le orribili immagini di bimbi pelle e ossa hanno fatto il giro del mondo e svegliato le coscienze. E quando qualche camion ha cominciato ad entrare nella Striscia è cominciata un’altra raccapricciante storia di umiliazioni e crudeltà per la popolazione palestinese. Cibo fatto arrivare con il contagocce, distribuito in pochissimi punti per raggiungere i quali bisogna camminare; file chilometriche imposte a persone ( moltissimi adolescenti e bambini) stremati dalla fame e dal caldo; siti adibiti alla distribuzione in cui bisogna arrivare nell’esatto orario indicato , l’unico nel quale quel sito è considerato zona di operazioni umanitarie e non zona militare. Prima non lo è e quindi, per ragioni di “sicurezza” l’idf può sparare. Si spara sulla folla, sui bambini. Non è solo il racconto dei gazawi, ma la testimonianza degli stessi soldati che spiegano le loro regole d’ingaggio. La fame acceca. Costretti in percorsi che sembrano trappole, i bambini urlano disperati, i più deboli rinunciano. Alcuni raschiano ciò che rimane nei contenitori quando la minestra non viene versata, dopo tanta attesa, nelle scodelle che hanno portato con sé. Abbiamo visto immagini di bambini con la lingua attaccata al fondo del cassone di un camion per raccogliere qualche briciola di farina. E’ un chiaro progetto di disumanizzazione. Una challenge dell’orrore. Un gioco al massacro. Eppure basterebbe affidare una distribuzione capillare all’ONU e alle organizzazione umanitarie e pensare per una volta alla sicurezza dei più deboli
Queste immagini non sarebbero dovute trapelare e invece arrivano. Avrebbero dovuto bastare i numeri e invece circolano le storie e le storie finalmente colpiscono l’opinione pubblica. Si è vietato l’ingresso dei giornalisti internazionali ma i giornalisti di Gaza sono rimasti a raccontare e lo hanno fatto in modo egregio e a caro prezzo Ed ecco perché sono diventati bersagli. E cosi muoiono e non di morte naturale 210 operatori dei media; 390 sono i feriti e 49 i detenuti. Sono cifre riportate dal sindacato dei giornalisti palestinesi.
Anas al-Sharif, giornalista di spicco di Al Jazeera, precedentemente minacciato da Israele, è stato ucciso insieme a quattro colleghi in un attacco aereo israeliano mentre si trovava all’interno di una tenda fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City. Oltre ad al-Sharif, hanno perso la vita il corrispondente di Al Jazeera Mohammed Qreiqeh e i cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, più, secondo il Guardian, altre due persone per un totale di 7 persone. Secondo l’idf, al Sharif era un miliziano di Hamas. Tuttavia in una democrazia che presuppone uno stato di diritto non si può ammazzare un essere umano sulla base di una accusa che non sia stata provata in un processo giusto che offra garanzie all’imputato. In realtà in una democrazia vera neppure un condannato con sentenza definitiva potrebbe essere ammazzato. In realtà il massacro di un numero così alto di giornalisti ( più di quanti ne siano stati ammazzati nella prima e nella seconda guerra mondiale) in combinato disposto con il divieto alla stampa internazionale di entrare nei territori palestinesi, rivela l’intento un po’ maldestro di nascondere al mondo quello che sta avvenendo in quei luoghi. Ad esempio che quasi 13 .000 bambini e ragazzi palestinesi sono stati ricoverati in ospedale a Gaza nel mese di luglio a causa di una malnutrizione . Di questi, 2.800 – ovvero il 22% – soffrivano di malnutrizione acuta grave. Lo riferisce il giornale cattolico L’Avvenire che riporta i dati riferiti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha),
La malnutrizione e lo stato di debilitazione che essa comporta, può causare direttamente o indirettamente la morte, non permettendo una efficace reazione dell’organismo a malattie già esistenti o a malattie che sopraggiungano e che alla malnutrizione siano legate. L’indecoroso dibattito mediatico a proposito della cause della morte di Marah Zuhri non ha dunque alcun senso . La verità è che la storia di Marah, arrivata in Italia nella notte tra il 13 e il 14 Agosto e i cui funerali, affollatissimi, si sono svolti oggi nel parco della pace di Pontasserchio, comune di San Giuliano terme, cancella l’ultimo, inconsistente alibi alla complicità. Non possiamo più dubitare che tutto quello cui assistiamo in diretta stia avvenendo davvero. A Gaza, di fame, si muore e non a causa di catastrofi naturali . Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty la fame è diventata infatti uno strumento di guerra utilizzato volutamente da Israele. Non hanno avuto dubbi i medici di Pisa quando hanno dovuto arrendersi di fronte al corpo di Marah che ha ceduto dopo l’ultimo viaggio cui l’ha costretta l’amore di sua madre che non voleva arrendersi. Chi era Marah Abu Zhuri ? Era una ragazza dal nome bellissimo che vuol dire “gioia”. Frequentava l’ultimo anno del liceo classico fino a quando la sua scuola non è stata distrutta; una ragazza come tante, come quelle che frequentano le nostre scuole e la cui paura più grande è spesso quella degli esami di Stato. Lei ha dovuto fuggire, trovare rifugio insieme alla sua famiglia in un campo profughi, vivere di stenti e di paure ben più grandi come quella dei bombardamenti continui, della distruzione, della ferocia, della morte. La guerra le ha spento l’anima e il suo corpo che pesava solo 35 kg al suo arrivo a Pisa, non ce l’ha fatta più. Quel corpo rimarrà in Italia. Così ha voluto sua madre. Lei ce lo ha affidato. E a noi servirà a ricordare il nostro fallimento, a ricordare la complicità di un Paese che non è stato capace di intervenire prima, di adottare tutte le misure necessarie per frenare gli orrori ai quali ha assistito e ancora assiste.
Se i corpicini infinitamente piccoli degli altri bimbi di Gaza ( pochi, pochissimi) che sono attualmente ricoverati nei nostri ospedali quali il Santobono di Napoli, una volta guariti potranno servire ipocritamente alla “Nazione” italiana per testimoniarne la sua cristiana umanità , il corpo di Marah sarà per sempre simbolo e testimonianza della sofferenza di tutti i bambini che la stessa nazione ha lasciato morire e memoria della indifferenza di chi, tra noi, non ha scelto di stare dalla parte giusta, quella dei più deboli, quella degli innocenti.
Antonia Gabriella D’Uggento
