//L’appello di Greenpeace: stop fast fashion

L’appello di Greenpeace: stop fast fashion

di | 2025-03-31T23:59:39+02:00 31-3-2025 23:59|Alboscuole|0 Commenti
Il termine Fast Fashion” si riferisce alla pratica di produrre capi di abbigliamento rapidamente e a basso costo, spesso seguendo le tendenze delle passerelle. È una strategia adottata da grandi catene di distribuzione come H&M, Primark, Zara, e altre. Il Fast Fashion è frequentemente associato al concetto di “usa e getta“: i capi sono pensati per essere indossati per una stagione e poi sostituiti, senza un’attenzione particolare alla durabilità nel tempo. Riguardo a questa tendenza abbiamo fatto un sondaggio nel nostro istituto per vedere quanto sia affermata nella nostra scuola. parrebbe che i risultati non siano troppo preoccupanti. Siamo partiti da un campione composto per il 58% da ragazze e abbiamo chiesto anzitutto agli intervistati con quale frequenza siano soliti acquistare nel settore dell’abbigliamento. Il 45% ha risposto che acquista ogni volta che è necessario; il problema è comprendere cosa si intenda per “necessario”. Alla domanda se si preferisce comprare on-line o presso negozi fisici, la maggior parte ha risposto che preferisce i negozi fisici(e questo sembrerebbe un dato incoraggiante). Meno incoraggiante e piuttosto contraddittoria la risposta alla domanda se nell’acquistare si dia più importanza al prezzo o alla qualità con una opzione ulteriore riferita alle materie prime. La maggior parte sceglie sia il prezzo che la qualità ma non dà alcuna importanza alle materie prime. Sorge il dubbio allora che per qualità si intenda il brand che ne sottintenderebbe una tutta da verificare. Per ultimo abbiamo chiesto agli intervistati se hanno mai utilizzato siti fast fashion. Il risultato questa volta è sconcertante :l’83% dice di sì. Possiamo ora esplorare i pro e i contro del fast fashion. Sicuramente è comodo farci arrivare a casa dei capi all’ultima moda con un semplice “click”, oppure comprare dei vestiti per indossarli solo una sera e poi rimandarli indietro. Ma dobbiamo ricordarci anzitutto che, se il prezzo è basso, qualcun altro l’ha pagato per noi. A rifletterci bene, i contro sono molto più numerosi dei pro, e i pro valgono solo per le multinazionali coinvolte che massimizzano i loro profitti. Lo stesso consumatore che sembrerebbe godere dei vantaggi di questa moda veloce e a prezzi bassi , si condanna in realtà a vestirsi di plastica ( come se ce ne fosse poca in giro). Secondo Greenpeace infatti il 60% delle fibre tessili usate per produrre i nostri abiti sono fibre sintetiche e molte derivano dalla raffinazione di idrocarburi come gas e petrolio. Le problematiche principali ed evidenti del fast fashion sono lo sfruttamento e l’inquinamento Ci chiediamo mai cosa c’è dietro quell’ “ordina ora”? Ebbene, ci sono milioni di persone, tra cui anche bambini, che vengono sfruttati ogni giorno. Ore e ore di lavoro e assenza di diritti, nessuna assicurazione e salari molto bassi. La maggior parte delle persone che lavorano nelle fabbriche di abbigliamento vivono in Bangladesh, Cina, India e Vietnam. Se si ragionasse soltanto un po’ di più su questo argomento, forse si comprenderebbe il dolore, la disperazione e i sogni traditi di ciascuno di loro. Ad esempio di tanti ragazzi e ragazze che invece di studiare e coltivare le proprie passioni, sono costretti a lavorare in condizioni disumane. Nessun genitore vorrebbe questo per i propri figli, vero? Ed è proprio per questa ragione che prima di ordinare on line cose di cui non si ha veramente bisogno bisognerebbe farsi delle domande : mi serve davvero? Sono sicuro di volere una merce che danneggerà altri esseri umani senza dare a me qualcosa di veramente utile e prezioso ? E poi, solo dopo aver risposto a queste domande, scegliere. Perché è sempre una questione di scelte. Quello che mangiamo, che indossiamo, le parole che usiamo e chi vogliamo essere, è frutto di nostre scelte. L’impatto del fast fashion sull’ambiente è devastante. Cresce il numero delle discariche illegali in Cile, India, Pakistan in cui i vestiti vengono bruciati. Le cifre sono impressionanti anche in altri Paesi. In Ghana ad es. arrivano ogni settimana 15 milioni di abiti usati. Sempre secondo Greenpeace ogni anno nel mondo vengono prodotti 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili di cui 5 milioni solo in Europa. Meno dell’1% di vestiti viene effettivamente riciclato .Il 25% di nuovi vestiti prodotto ogni anno rimane invenduto e viene gettato. Oltre alle microplastiche rilasciate già dopo i primi lavaggi dal poliestere , una fibra contenuta nei capi d’abbigliamento che indossiamo, c’é una quantità immensa di plastica usata per gli imballaggi e le consegne. E non sono meno impattanti sull’ambiente i trasporti, soprattutto su gomma, che avvengono ogni giorno in ogni parte del mondo per disfarsi degli abiti che nessuno vuole più. Le conseguenze sono tante, come l’inquinamento dell’acqua, le emissioni di gas serra, l’aumento delle temperature e conseguentemente l’innalzamento del livello del mare, il rischio di estinzione, infine, di tante specie animali. E’ necessario essere un po’ più critici se vogliamo salvare il nostro pianeta che sta morendo pian piano. Se ognuno di noi iniziasse a migliorare innanzitutto se stesso, e facesse scelte consapevoli, tutto sarebbe più facile. Aurora De Masi e Lorena Nezha