a cura della docente Rosella Bovini – Scuola primaria “Giovanni XXIII” – Santa Maria degli Angeli (PG)
C’è un momento, entrando al Teatro Lyric di Santa Maria degli Angeli, in cui si capisce subito che
non sarà una serata qualunque. Forse è l’energia del pubblico, forse è quella complicità silenziosa
che solo gli insegnanti sanno riconoscere tra loro. Fatto sta che molte colleghe del Giovanni XXIII,
accorse per vedere Fuori di tela, l’ultimo spettacolo di Filippo Caccamo, hanno trovato esattamente
ciò che cercavano: un’ora e mezza di risate, ma anche un piccolo specchio in cui rivedersi senza
filtri.
Un comico che conosce la scuola dall’interno
Caccamo ha un talento raro: sa far ridere senza mai banalizzare. Le sue gag nascono da situazioni
che chi vive la scuola conosce fin troppo bene — le riunioni interminabili, i registri elettronici che
si bloccano nei momenti peggiori, i genitori “esperti di pedagogia”, gli studenti che ti spiazzano con
una frase che non ti aspetti.
Eppure, dietro ogni battuta, c’è un rispetto profondo per il mestiere dell’insegnante, un mestiere che
lui stesso ha vissuto e che continua a raccontare con affetto e lucidità. “Un sorriso dopo l’altro” non
è solo un modo di dire: è proprio la struttura emotiva dello spettacolo. Si ride, tanto, e spesso di
gusto. Ma ogni risata porta con sé una piccola verità, una consapevolezza condivisa, quasi un
sospiro collettivo.
Le colleghe del Giovanni XXIII sono uscite dalla sala con la sensazione di essere state capite. E non
è poco, in un periodo in cui la scuola sembra sempre più schiacciata tra burocrazia, aspettative e
cambiamenti continui. Forse il valore più grande di Fuori di tela è proprio questo: aver trasformato
un semplice spettacolo in un momento di comunità. Per una sera, insegnanti di ordini diversi, con
esperienze diverse, si sono ritrovati a ridere delle stesse cose, a riconoscersi negli stessi aneddoti, a
sentirsi parte di un mondo che, nonostante tutto, continua a funzionare grazie alla passione di chi lo
abita. Caccamo non offre soluzioni, non pretende di farlo. Ma regala qualcosa di altrettanto
prezioso: la possibilità di alleggerire, di guardare alla scuola con ironia e tenerezza, di ricordarsi
che, anche quando sembra tutto “fuori di tela”, c’è sempre un motivo per continuare a crederci.
Un finale che tocca il cuore
Dopo una lunga sequenza di risate, Caccamo sorprende il pubblico con un cambio di registro
delicato e potentissimo. Nel raccontare della sua mamma, scomparsa prematuramente, la sala si fa
improvvisamente silenziosa. Non è un momento triste fine a sé stesso: è un invito a ricordare ciò
che ci sostiene davvero, anche nei giorni più complicati. Le sue parole arrivano dritte, senza
retorica, e molti tra il pubblico — insegnanti abituati a portare sulle spalle il peso degli altri — si
sono ritrovati con gli occhi lucidi. È come se Caccamo avesse voluto dire: dietro ogni professionista
c’è una storia, un affetto, una radice che continua a farci andare avanti. Quella chiusura, così intima,
dà senso a tutto lo spettacolo. Dopo aver riso delle nostre fatiche quotidiane, ci ricorda che la
scuola, come la vita, è fatta di relazioni, di legami, di persone che ci hanno insegnato a credere in
ciò che facciamo.
