//“Fuori di tela”: quando ridere diventa un atto di resistenza quotidiana

“Fuori di tela”: quando ridere diventa un atto di resistenza quotidiana

di | 2026-02-17T16:53:51+01:00 17-2-2026 16:53|Alboscuole|0 Commenti
a cura della docente Rosella Bovini – Scuola primaria “Giovanni XXIII” – Santa Maria degli Angeli (PG) C’è un momento, entrando al Teatro Lyric di Santa Maria degli Angeli, in cui si capisce subito che non sarà una serata qualunque. Forse è l’energia del pubblico, forse è quella complicità silenziosa che solo gli insegnanti sanno riconoscere tra loro. Fatto sta che molte colleghe del Giovanni XXIII, accorse per vedere Fuori di tela, l’ultimo spettacolo di Filippo Caccamo, hanno trovato esattamente ciò che cercavano: un’ora e mezza di risate, ma anche un piccolo specchio in cui rivedersi senza filtri. Un comico che conosce la scuola dall’interno Caccamo ha un talento raro: sa far ridere senza mai banalizzare. Le sue gag nascono da situazioni che chi vive la scuola conosce fin troppo bene — le riunioni interminabili, i registri elettronici che si bloccano nei momenti peggiori, i genitori “esperti di pedagogia”, gli studenti che ti spiazzano con una frase che non ti aspetti. Eppure, dietro ogni battuta, c’è un rispetto profondo per il mestiere dell’insegnante, un mestiere che lui stesso ha vissuto e che continua a raccontare con affetto e lucidità. “Un sorriso dopo l’altro” non è solo un modo di dire: è proprio la struttura emotiva dello spettacolo. Si ride, tanto, e spesso di gusto. Ma ogni risata porta con sé una piccola verità, una consapevolezza condivisa, quasi un sospiro collettivo. Le colleghe del Giovanni XXIII sono uscite dalla sala con la sensazione di essere state capite. E non è poco, in un periodo in cui la scuola sembra sempre più schiacciata tra burocrazia, aspettative e cambiamenti continui. Forse il valore più grande di Fuori di tela è proprio questo: aver trasformato un semplice spettacolo in un momento di comunità. Per una sera, insegnanti di ordini diversi, con esperienze diverse, si sono ritrovati a ridere delle stesse cose, a riconoscersi negli stessi aneddoti, a sentirsi parte di un mondo che, nonostante tutto, continua a funzionare grazie alla passione di chi lo abita. Caccamo non offre soluzioni, non pretende di farlo. Ma regala qualcosa di altrettanto prezioso: la possibilità di alleggerire, di guardare alla scuola con ironia e tenerezza, di ricordarsi che, anche quando sembra tutto “fuori di tela”, c’è sempre un motivo per continuare a crederci. Un finale che tocca il cuore Dopo una lunga sequenza di risate, Caccamo sorprende il pubblico con un cambio di registro delicato e potentissimo. Nel raccontare della sua mamma, scomparsa prematuramente, la sala si fa improvvisamente silenziosa. Non è un momento triste fine a sé stesso: è un invito a ricordare ciò che ci sostiene davvero, anche nei giorni più complicati. Le sue parole arrivano dritte, senza retorica, e molti tra il pubblico — insegnanti abituati a portare sulle spalle il peso degli altri — si sono ritrovati con gli occhi lucidi. È come se Caccamo avesse voluto dire: dietro ogni professionista c’è una storia, un affetto, una radice che continua a farci andare avanti. Quella chiusura, così intima, dà senso a tutto lo spettacolo. Dopo aver riso delle nostre fatiche quotidiane, ci ricorda che la scuola, come la vita, è fatta di relazioni, di legami, di persone che ci hanno insegnato a credere in ciò che facciamo.