Incontro memorabile per le classi terze dell’Istituto “G. Calò – Deledda – S. G. Bosco”: il 2 febbraio 2026 gli alunni hanno dialogato con Rosy Paparella, ex docente di matematica e già Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per la Regione Puglia. Alla base di questo incontro ci sono state due parole chiave: bullismo e cyberbullismo. All’inizio lo abbiamo considerato alquanto “banale”, d’altronde se ne parla ovunque, ci dicono sempre cos’è e che “non si fa”, ma poi ci abbiamo riflettuto e ci siamo chiesti: ma noi, di concreto, cosa facciamo? Spesso, purtroppo, nulla.
La forza dell’incontro è stata proprio l’interazione: il dialogo e l’ascolto sono stati gli elementi fondamentali per entrare nel cuore di noi alunni. Per dare inizio alla riflessione, la dottoressa Paparella ci ha mostrato un video semplice ma d’impatto, dal significato profondo: “È tutto nelle tue mani”. Il video racconta di un ragazzino che, mentre si trova nel bosco in bici, si imbatte in una creaturina insolita. Decide di farle una foto da postare online, ma prima di farlo si ferma a pensare alle conseguenze: lui diventerebbe celebre e l’animaletto verrebbe cercato da tutti, ma questo porterebbe alla privazione della libertà della creatura, destinata a essere rinchiusa come attrazione turistica, come un oggetto di dominio pubblico maltrattato e umiliato. Il ragazzo guarda la creatura negli occhi e decide di eliminare la foto per il bene e la libertà di quest’ultima. Tutto ciò ci fa riflettere su quanto oggi sia facile postare qualsiasi immagine solo per diventare popolari, dimenticando che le conseguenze esistono e possono ferire profondamente.
L’ex docente ci ha spiegato come, in un’era dominata dai social, il bullismo tradizionale si sia evoluto nel cyberbullismo, diventando una piaga che colpisce soprattutto noi più giovani e che ci spinge a chiederci quanto potere abbia davvero un semplice “click” o quanto un gesto banale possa stravolgere la vita di qualcuno. Anche se l’essere umano è l’unico vivente capace di fare scelte consapevoli e di spezzare il ciclo di cattiveria che ci circonda, spesso accade che molti preferiscano restare indifferenti o, peggio, passare dalla parte del bullo. Il bullismo, infatti, non è una semplice cattiveria, ma un vero gioco di potere che non si ferma alla battuta per ridere, arrivando invece a portarti via le lacrime e la dignità; questo accade perché lo scopo del bullo è spesso quello di nascondere le proprie insicurezze o problemi personali, trasmettendo il proprio malessere agli altri in un circolo vizioso dove la gentilezza sparisce del tutto. Il bullo si comporta come un leone che attacca una gazzella indifesa solo per mostrare una forza che non ha, usando “scherzi” che superano il limite e diventano derisione; così, mentre lui scarica le sue fragilità sugli altri per sentirsi potente, le vittime finiscono per chiudersi in se stesse e colpevolizzarsi, restando intrappolate in una solitudine che può portare a conseguenze davvero terribili.
Sentire gli sfoghi dei nostri coetanei uscire da quella “scatola dell’ascolto” è stato come guardarci allo specchio, perché tra chi vede nell’isolamento un rifugio sicuro e chi soffre per tradimenti e litigi, ci siamo sentiti tutti parte di una stessa storia. Ciò che ci ha scosso di più, però, è stato il biglietto letto da Rosy Paparella, che riportava una frase pesante come un macigno: “Mi chiamano ricchione da quando ho nove anni”. Ci fa rabbia pensare a come un insulto del genere venga spesso liquidato come un semplice “scherzo”, senza che nessuno si fermi a riflettere sul dolore immenso che scava dentro chi lo riceve. La cosa più amara è stata capire come quel ragazzo, pur di non soffrire più e per nascondere la sua ferita, abbia sentito il bisogno di diventare lui stesso un bullo, convincendosi che l’unico modo per essere rispettato fosse quello di mostrarsi aggressivo.
Tutto questo ci spinge a riflettere sul fatto che noi ragazzi di oggi siamo pieni di fragilità, ma abbiamo ancora troppi pochi strumenti per esprimerle, ed è proprio per questo che sentiamo il bisogno di una società che smetta di giudicare e inizi a educarci al rispetto delle emozioni. In fondo, sappiamo che nessuno di noi è perfetto, ma siamo convinti che tutti siamo preziosi proprio perché diversi: non vogliamo più sentirci obbligati a seguire standard rigidi per essere accettati, ma preferiamo ricordare a noi stessi che siamo stelle diverse dello stesso firmamento, ognuna con il diritto di brillare a modo suo.
Per proteggerci davvero, crediamo sia necessario allenare il nostro pensiero critico, chiedendo alla scuola di aiutarci a smascherare queste ingiustizie attraverso il dialogo e l’empatia. Solo imparando a metterci l’uno nei panni dell’altro potremo sperare di interrompere, finalmente insieme, quel circolo di violenza che troppo spesso mette a galla le nostre fragilità nel modo sbagliato.
Felisianna Catapano
Simone Bosco
Giulia Romano
3A Sc. Sec. I gr
