Una classe del nostro istituto, l’attuale 5TL guidata dalla prof.ssa Liliana D’Ercole, docente e referente d’istituto per la casa circondariale, ha iniziato già dallo scorso anno un percorso di relazione con un’altra classe del nostro istituto, la classe della casa circondariale appunto. Ne è scaturita un’esperienza formativa importante della quale gli studenti hanno voluto raccontare in un testo collettivo letto dalla compagna Antonella De Salvo nel corso dell’ evento “ Educare alla legalità : dialoghi sulla inclusione e reinserimento sociale” che si è svolto presso il nostro istituto il 6 Marzo scorso. Colpisce che da due esperienze profondamente diverse per età, interessi, competenze professionali, studi e contesti cioè quella di questi studenti e quella della Dott.ssa Nicoletta Siliberti, Direttore dell’ istituto penitenziario di Turi, presente all’incontro insieme ad altri relatori, sia venuta fuori la stessa metafora, quella particolarmente efficace del ponte.
Nel suo intervento ricco di spunti di riflessione la Dott.ssa Siliberti afferma tra l’altro «La pena deve fungere da ponte levatoio tra interno ed esterno, con l’obiettivo di favorire la risocializzazione del detenuto». Nel testo dei ragazzi in cui quasi alla fine si legge “L’incontro letterario ci ha offerto la possibilità di essere un ponte, un piccolo spiraglio di umanità in un mondo che spesso dimentichiamo.” L’immagine del ponte riguarda loro stessi, studenti frequentanti, sebbene in una struttura differente il medesimo istituto dei compagni reclusi. Essi sentono di poter fare da ponte, tra il dentro e il fuori.
“ Immaginavamo il carcere, anche in base a film visti o descrizioni lette su libri, come una struttura grigia, scura e decisamente triste e monotona, con un grande atrio centrale circondato da celle.
La nostra insegnante di lettere, che da anni presta servizio come docente presso la Casa circondariale di Matera, ci ha sempre parlato della sua esperienza e ci ha incoraggiati al confronto con loro.
Pertanto in occasione di una rassegna letteraria, tenuta in carcere l’anno scorso, abbiamo avuto l’occasione di varcare quel mondo, che poi così grigio non è.
Entrando, abbiamo avvertito una sensazione strana, un misto di curiosità e timore. Le alte mura, le sbarre alle finestre, il silenzio interrotto solo da passi lontani e il suono dei chiavistelli che si chiudevano dietro di noi: tutto contribuiva a creare un’atmosfera densa, carica di emozioni contrastanti.
L’accesso a un solo indirizzo di studio, secondo noi, limita le loro possibilità di scelta. Quando abbiamo incrociato i loro sguardi, abbiamo letto nei loro occhi una determinazione che andava oltre ogni ostacolo. Studiare, per loro, non è solo un obbligo, ma una via di riscatto, un’opportunità per cambiare.
Uno dei momenti più intensi è stato quando abbiamo condiviso i nostri racconti e le nostre poesie. Leggere davanti a loro ci ha fatto sentire vulnerabili, ma anche incredibilmente vicino a persone che, nonostante il passato difficile, avevano ancora voglia di ascoltare, di raccontare, di emozionarsi. Alcuni detenuti hanno colto l’occasione per aprirsi, per parlare delle loro famiglie, del dolore della distanza, della speranza di un domani diverso. Ci ha colpito profondamente il loro desiderio di mantenere vivi i legami affettivi, di non essere dimenticati.
Un altro aspetto che ci ha sorpreso è stato il laboratorio di cucito. In un ambiente dove la privazione della libertà è una costante, vedere uomini impegnati a creare con le proprie mani, a cucire borse, bracciali, cappelli, mi ha fatto riflettere sulla potenza della creatività come strumento di riscatto. Lavorare insieme, condividere un obiettivo, imparare un’arte: tutto questo restituisce loro un senso di dignità e appartenenza.
Questa esperienza ci ha fatto capire quanto sia fondamentale la riabilitazione nel percorso detentivo. Punire un errore è necessario, ma altrettanto necessario è offrire una possibilità di rinascita. Ogni persona merita una seconda occasione, un’opportunità per dimostrare che non è solo il proprio passato, ma anche la volontà di costruire un futuro migliore.
Uscendo da quel cancello, abbiamo sentito un peso dentro di noi, una consapevolezza nuova. II carcere non è solo un luogo di espiazione, ma anche un luogo di storie, di speranze, di sogni spezzati che possono essere ricuciti.
L’incontro letterario ci ha offerto la possibilità di essere un ponte, un piccolo spiraglio di umanità in un mondo che spesso dimentichiamo. E di questo, porteremo sempre con noi il ricordo.
La classe 5TL
