//Cento passi verso la verità: quando la poesia diventa atto di coraggio

Cento passi verso la verità: quando la poesia diventa atto di coraggio

di | 2026-03-21T14:37:52+01:00 21-3-2026 14:37|Alboscuole|0 Commenti
  In occasione della Giornata Mondiale della Poesia e della Legalità, il Gruppo Biblioteca Sensale sceglie la strada meno scontata: quella della bellezza come atto di resistenza. Ci sono giornate nel calendario scolastico che rischiano di scivolare via silenziose, dimenticate tra una verifica e l’altra. E poi ci sono quelle che, se le si abbraccia davvero, diventano qualcosa di più grande: una crepa nel muro della routine, uno spiraglio di luce. La Giornata Mondiale della Poesia, celebrata ogni anno il 21 marzo, è una di queste. Ma il 21 marzo porta con sé anche un altro peso, un’altra responsabilità: è il primo giorno di primavera, stagione che da sempre evoca rinascita, e in Italia è anche il giorno dedicato alla memoria delle vittime innocenti delle mafie. Due celebrazioni che, in apparenza, parlano lingue diverse, una il linguaggio del verso, l’altra quello del diritto, eppure nascono dalla stessa radice: il bisogno umano, urgente, di dare un nome alle cose. Perché questa è la poesia, nella sua essenza più profonda: il coraggio di nominare. Il coraggio di non far finta di non vedere, di non lasciare che le parole importanti restino intrappolate nel silenzio.

Il Gruppo Biblioteca sceglie la strada della bellezza

Il Gruppo Biblioteca Sensale, coordinato con dedizione dalla professoressa Assunta Tortora, ha scelto di non lasciare che questa doppia ricorrenza passasse inosservata. E lo ha fatto a modo suo, con la via più antica e più vera che ci sia per parlare di quello che conta: la letteratura. La parola poetica. Perché la nostra biblioteca non è mai stata soltanto uno scaffale di libri. È un luogo dove le idee respirano, dove le storie si intrecciano con le vite di chi le legge, dove nasce la curiosità di capire il mondo. Ed è proprio in questo spirito che il Gruppo Biblioteca ha deciso di lavorare sul tema della legalità non come obbligo civico, non come lista di norme da imparare, ma come domanda esistenziale: cosa significa davvero scegliere il giusto? Cosa rimane, dopo tutto, di chi ha avuto il coraggio di farlo? La risposta, quest’anno, ha preso la forma di una poesia.

Si cammina, si conta, si sente

Ho scritto questa poesia pensando a Peppino Impastato. A quel ragazzo di Cinisi che aveva scelto di ridere dove c’era solo paura, di parlare ad alta voce dove il silenzio era legge non scritta ma assoluta. Una vita breve, spenta nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, suicidio inscenato sui binari per coprire un omicidio di mafia, ma con una voce che il tempo non ha potuto ridurre al silenzio. Anzi.

Ho pensato anche a tutti gli altri, a quelli che la storia ricorda nei libri di testo e a quelli che nessun libro ricorda abbastanza. Ho pensato a cosa significhi oggi, per noi ragazzi, parlare di legalità in un paese dove quella parola rischia ogni giorno di svuotarsi. E ho cercato, con i versi, di dire quello che spesso la prosa non riesce a contenere.

Si cammina, si conta, si sente

C’era una voce

dove il silenzio era legge,

un ragazzo camminava e rideva

dove, per questo, si paga e si corregge.

 

Cento passi contati

ogni mattina sul cemento,

cento passi tra il suo cuore

e il cuore del suo tormento.

 

Parlava nel microfono

di ciò che gli altri nemmeno sussurravano,

nominava il re senza nome

e le pareti tremavano.

 

Lo spensero una notte di maggio,

lo posarono sui binari senza pietà,

come se la verità

potesse morire con la sua libertà.

Ma i semi resistono

sotto la terra più dura,

e quella voce è rimasta

più forte di ogni paura.

 

La legalità non si scrive,

si cammina, si conta, si sente,

un passo dopo l’altro,

ogni giorno, anche silenziosamente.

Manuel De Prisco

C’è una cosa che nessun decreto, nessuna circolare, nessuna lezione frontale potrà mai fare al posto nostro: scegliere. Scegliere ogni mattina da che parte stare, con chi camminare, quali parole usare e quali no. La legalità non è una materia da studiare: è una postura dell’anima. E la poesia, forse più di qualsiasi altro linguaggio, ce lo ricorda: perché non si accontenta delle mezze misure, non tollera le parole vuote, pretende che tu guardi in faccia quello che c’è. Peppino Impastato aveva vent’anni quando ha scelto di ridere dove si piangeva, di parlare dove si taceva. Lo hanno fatto tacere per sempre. Ma noi siamo ancora qui, a leggere i suoi passi, a contarli, a sentirli sotto i piedi come se fossero anche i nostri. Forse è questo il compito più silenzioso e più urgente che ci lascia questa giornata: non dimenticare. E continuare a camminare. Manuel De Prisco, Caporedattore de “Il Viandante” Giornale web del Liceo Scientifico “Nicola Sensale”