dalla Redazione del TGTassoNews – Il 17 luglio 1959 il mondo fu costretto a dire addio alla voce e al talento Billie. La chiamavano The Lady, la signora: un soprannome che le fu dato perché si rifiutava di farsi infilare le banconote nella biancheria intima dai clienti nei locali in cui si esibiva.
The Lady, o come la ribattezzò Lester Young, Lady Day, che, partita dai palchi di Pod’s and Jerry’s, locale di Harlem sulla 133esima strada, riuscì ad arrivare a Sheridan Square, centro di New York.
Billie Holiday è stata una delle voci più rilevanti della storia del jazz ed è tuttora un’importante presenza nella cultura pop. Inventò un nuovo modo di cantare il jazz, e non solo: Billie Holiday fu, infatti, una pioniera nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, attraverso la sua musica e le sue azioni, cosa che rese la sua vita sempre più dura e complicata.
Nata Eleonora Fagan il 7 aprile 1915 a Philadelphia da due genitori adolescenti, Billie passò la sua difficile e infelice infanzia a Baltimora, spesso affidata a parenti o amici della madre, che per quanto lavorasse come sguattera o ballerina, non riusciva a darle una vita decorosa. Il padre, Clarence Holiday, era un suonatore di banjo e abbandonò la famiglia molto presto per seguire le orchestre itineranti con cui suonava. La madre, Sadie Fagan, era nipote di un proprietario terriero in Virginia di origini irlandesi che aveva avuto sedici figli con una sua schiava. Billie rivelò poi da adulta che il sangue misto e il colore della sua pelle la resero spesso e volentieri vittima di insulti e violenze anche all’interno della comunità afroamericana. Billie si innamorò del jazz quando ascoltò i dischi di Bessie Smith e di Louis Armstrong, trovando conforto e ispirazione in questa musica malinconica e potente allo stesso tempo e, dal 1929, il jazz diventò per lei un lavoro vero e proprio.
Per anni Billie lavorò come cameriera continuando anche a esibirsi nei club, e fu proprio durante queste esibizioni che venne scoperta da John Hammond. La sua vita cambiò grazie alla musica ma alcune dinamiche legate alla violenza e agli abusi della sua infanzia purtroppo rimasero quasi sempre una costante delle sue relazioni, tanto che il dolore e la pressione la portarono a cercare conforto nell’alcol e nelle droghe. Il brano che la rese famosa al di fuori dell’ambiente jazz, nonché suo cavallo di battaglia, fu “Strange Fruit”. La canzone è un capolavoro di scrittura e interpretazione, oltre che un inno contro il razzismo. Durante i suoi concerti, “Strange Fruit” era sempre l’ultimo brano in scaletta (mai un bis dopo), sempre eseguito con un unico faro acceso fisso su di lei e solamente il pianista ad accompagnarla. Purtroppo col passare degli anni, a causa della droga e dell’alcol, la sua salute e la sua preziosissima voce ne risentirono sempre di più. Riuscì a malapena a incidere altri due dischi tra cui “Lady in Satin”, il suo testamento spirituale, un album pieno di emozioni contrastanti, in cui il timbro vocale non era più lo stesso di una volta, ma che riusciva ancora a sostenere il suo tipico fraseggio ritmico. La sua salute peggiorò sempre di più e fu trovata incosciente sul pavimento nel suo appartamento. Venne ricoverata d’urgenza a seguito di complicanze dovute alla cirrosi epatica, subendo l’ultimo oltraggio sul letto di morte dove fu arrestata e piantonata dietro l’accusa di aver trovato dell’eroina nell’appartamento della cantante. Lottò per sopravvivere, ma dopo dieci giorni l’agente Aslinger riuscì a vietare la somministrazione di metadone che fino a quel momento le aveva permesso di non avere crisi e non compromettere ulteriormente il suo stato. Le furono anche vietate le visite degli amici e dei parenti, nonostante le proteste fuori dall’ospedale.
E così, Billie Holiday, la Lady del jazz, si spense il 17 luglio 1959 a 44 anni, ammanettata al letto di ospedale, umiliata e perseguitata fino alla morte. Di lei, lo scrittore Murakami Aruki ha scritto: “Era incredibilmente immaginativa. Il mondo danzava lo swing. La sua non era arte, era magia”.
