a cura della Prof.ssa Milva Nucciarelli – Scuola secondaria di primo grado – Santa Maria degli Angeli (PG)
Stazione di Santa Maria degli Angeli… un treno molto particolare scorre sui binari che portano
all’Auditorium della città… scende una giovane donna, incedere leggero, lineamenti delicati sotto
una cascata di morbidi capelli castani con sfumature dorate e uno sguardo dolce e profondo che
insieme ad un timbro di voce limpido cattura immediatamente l’attenzione dei ragazzi delle terze
delle Scuole Secondarie di Primo Grado del territorio. Il suo nome è Viola Ardone e l’appuntamento
è con Arrigo, il protagonista del suo romanzo di formazione “Il treno dei bambini”. Gli studenti
sono stati afferrati già da alcuni mesi dalla lettura, hanno stretto amicizia con il protagonista, si è
stabilita un’empatia immediata con la sua storia, un’immedesimazione palpitante con la sua identità
e adesso un fluire torrenziale, intenso e spedito di domande si dirige dritto al cuore di chi l’ha
creato. L’autrice risponde a tutte le curiosità che vanno dai personaggi e le loro interazioni a quelle
più personali che ruotano intorno a quel mestiere magico che crea mondi attraverso le parole e così
si parte: “Come è nata la sua passione per la scrittura? È innata? Quali consigli darebbe ad un giovane che vuole iniziare a scrivere? Sin da piccola la lettura è stata la mia più grande
distrazione. Il rimprovero che ricevevo “Basta, stai ancora leggendo?!”. Ero molto timida e leggere
e scrivere erano un modo per sfuggire la socialità e sentirmi al sicuro. La mia passione
probabilmente è innata, pensavo che la scrittura fosse un mestiere da maschi e mi dicevo da grande
farò lo scrittore, non la scrittrice. Qualcuno ha scritto: “Scrivere è un modo di essere amati da
lontano”, sì è una forma d’amore forse meno impegnativa ma molto forte. I consigli? Gli input sono
molti, dal guardare un film al vedere una mostra fotografica, tutto può essere stimolante… ma poi
oltre al talento ci vuole la perseveranza e tanta, questo libro è stato pubblicato in 43 lingue, non
paesi, ma lingue, nemmeno sapevo che ne esistessero così tante e pensate che all’inizio è stato
rifiutato da diversi editori, ma io allora dicevo “Perché no? Devo così migliorare, fare meglio”, i no
sono benzina per andare avanti, ricordatelo. Come si approccia alla scrittura di un romanzo? Ha
un piano preciso? Comincio a mettere le basi, le pareti, come nella costruzione di una casa, poi
vado a riempire gli spazi, ad arredare, ma poi il piano può modificarsi in corso d’opera, un
particolare impensato diventa il filo conduttore, scrivere una storia è anche cercare la storia, sembra
un paradosso. È una domanda sul metodo, le storie spesso ti trovano e non le cerchi, a me un
signore anziano ha raccontato la sua esperienza, di bambino povero che trascorre le vacanze presso
una famiglia ricca del nord Italia e poi è iniziato la magia… poi mi sono chiesta perché queste storie
non sono mai state raccontate e la risposta è che partivano dalla miseria e la povertà è vergogna. Poi
ho cominciato a ricercare quei bambini, oggi anziani, alcuni non ci sono più, storie vere, di
solidarietà, di condivisione e di amore. Quali emozioni l’hanno attraversata durante la stesura
del libro? La prima emozione che mi ha sempre attraversato è voler vivere lo stesso senso di
sorpresa del bambino, tutte le sue prime volte: la prima volta che sale su un treno, quando vede
l’orizzonte che si allarga a dismisura in una città diversa dalla sua Napoli, dove i vicoli sono stretti,
non c’è spazio e la luce fa fatica a filtrare, ecco, volevo sentire la grande avventura in tutte le sue
prime esperienze. Perché ha scelto di concludere con un finale aperto? Ho pensato a dare tante
possibilità e il lettore darà la sua, ma io il giro l’ho chiuso, il rapporto del protagonista con la madre
si è ricomposto, anche se lei è morta; la conclusione del tema si è realizzata. C’è stato un momento
o un particolare feedback da un lettore che le ha fatto vedere la storia o i suoi personaggi sotto una luce completamente nuova? Chiunque legge la storia ne ricava un’altra storia, che è diversa, sembra bizzarro, ma ognuno dà la propria visione del personaggio, quindi ogni lettura può essere differente da quella offro io, ma tutte sono giuste, anche nelle loro differenze. Cosa spera che il
lettore impari leggendo? Spero che il lettore rimanga stupito, che gli piaccia il libro, che rimanga
attaccato alle pagine. I romanzi, come le poesie insegnano la bellezza, a commuoversi, a
partecipare, non devono avere la pretesa di insegnare, semmai ti devono spingere a porti delle
domande, un romanzo buono ti mette davanti tanti punti interrogativi sulla storia, sull’animo
umano, non degli esclamativi. Come definirebbe la tipologia di romanzi che scrive? Qual è la
sua caratteristica distintiva? C’è una battuta che dice “ogni scrittore scrive sempre lo stesso libro”
ossia ritorna sempre sulla stessa tematica, per me un tema ricorrente è la genitorialità, il taglio del
cordone ombelicale e poi un altro è la corrispondenza tra i grandi eventi storici e le piccole storie
degli individui, insomma il rapporto tra il singolo e la comunità. Ci sono personaggi a cui è più
affezionata? Sono sempre affezionata a quelle figure che si mettono a disposizione degli altri. Io
stimo quelli che fanno, anche spostare, ogni giorno, una piccola leva con un compagno di classe,
con l’insegnante, con un familiare è significativo, perché poi la somma di tutti questi piccoli atti
sarà utile e importante. Quando ci fanno sentire inutili, quando dicono che non serve la nostra
piccolissima azione perché tanto non cambierà niente, vi vogliono manovrare. Tenetelo a mente.
Preferisce il lavoro di scrittrice o quello di insegnante? Bella domanda, il lavoro dell’insegnante
è il mestiere più bello del mondo, è difficile, ma me lo tengo stretto questo privilegio.
