/, Sezione 4/Afantasia, se la mente non può immaginare

Afantasia, se la mente non può immaginare

di | 2026-04-19T01:04:20+02:00 19-4-2026 0:15|Attualità, Sezione 4|0 Commenti

MILANO – Chiudi gli occhi e pensa a una mela. Cosa vedi? Per la maggior parte delle persone la risposta è immediata: una mela, più o meno nitida, rossa o verde, magari con il picciolo. Un’immagine mentale, concreta e visiva. Ma per una parte della popolazione — più grande di quanto si pensi — la risposta è diversa: niente. Nessuna immagine, nessuna forma, nessun colore. Solo il concetto astratto di mela, senza nessuna rappresentazione visiva. Questa condizione ha un nome: afantasia. Dal greco a (senza) e phantasia (immaginazione). Ed è stata descritta scientificamente solo nel 2015, quando il neurologo britannico Adam Zeman, dell’Università di Exeter, ha pubblicato il primo studio sistematico sul fenomeno.

Il punto di partenza era la lettera di un paziente che, dopo un intervento cardiaco, aveva perso la capacità di visualizzare immagini mentali e ne era rimasto profondamente turbato non tanto per la perdita in sé, quanto perché nessun medico sembrava capire di cosa stesse parlando. Zeman capì, studiò e aprì un filone di ricerca che ha rivelato qualcosa di sorprendente:  il 2-3% della popolazione ha afantasia completa. Un altro 10-15 % visualizza immagini molto deboli o quasi inesistenti. All’estremo opposto esiste l’iperphantasia, immagini mentali così vivide da essere quasi indistinguibili dalla realtà. La maggior parte delle persone si colloca nel mezzo, senza mai aver avuto motivo di chiedersi dove.

Nel cervello, la visualizzazione mentale attiva le stesse aree visive della corteccia che si usano per vedere con gli occhi aperti, ma con un segnale più debole. Nelle persone con afantasia, questo segnale sembra assente, o non raggiunge la soglia della coscienza. Le ricerche più recenti suggeriscono una distinzione sottile ma importante: le immagini potrebbero essere prodotte dal cervello, ma non essere accessibili alla percezione consapevole. Come un file che esiste nel computer ma non viene mai visualizzato sullo schermo. Non è ancora chiaro perché accada, né se esistano cause genetiche o neurologiche precise. Le persone con afantasia scoprono spesso la propria condizione tardi, in età adulta, durante una conversazione in cui qualcuno descrive le proprie immagini mentali con troppi dettagli. Prima di quel momento, semplicemente non sanno che gli altri vedano davvero qualcosa. Pensano che “visualizza” sia solo una metafora.

Molti raccontano di aver vissuto per decenni in un mondo in cui frasi come “immagina una spiaggia al tramonto” non corrispondevano a nessuna esperienza reale, senza avere gli strumenti per dirlo, perché le esperienze interiori non si confrontano facilmente. La scoperta porta quasi sempre sollievo: finalmente una spiegazione per qualcosa che si era sempre percepito come diverso, senza capire perché. L’afantasia non compromette l’intelligenza né, sorprendentemente, la creatività. Esistono architetti, designer, scrittori e artisti con afantasia: il che sfida l’idea intuitiva che il pensiero visivo richieda necessariamente immagini mentali. Chi non visualizza sviluppa strategie alternative: pensa per concetti, per parole, per schemi logici. Ha effetti reali, però, su alcune funzioni specifiche.

La memoria episodica — la capacità di rivivere i ricordi come se fossero filmati — è spesso più debole: i fatti vengono ricordati, ma le scene non vengono “riviste”. I sogni notturni possono essere assenti o molto astratti. Alcune forme di empatia visiva — immaginarsi concretamente nella situazione di qualcun altro — risultano più difficili da attivare. La cosa forse più affascinante di tutta questa storia non è l’afantasia in sé, ma quello che rivela sulla variabilità dell’esperienza umana. Per secoli si è dato per scontato che tutti pensassero allo stesso modo, che la mente, nella sua struttura di base, fosse universale. La scoperta che esiste una dimensione intera dell’esperienza mentale che alcune persone semplicemente non hanno, e non lo sanno, apre una domanda più grande: quante altre differenze cognitive esistono, invisibili perché non si parla mai con abbastanza precisione di quello che succede dentro di noi?

Vale la pena non trasformare tutto questo in un’ansia da classificazione: l’afantasia non è una malattia, è una variante. Il confine tra variante e disturbo è spesso più culturale che clinico. Il fatto che una differenza così fondamentale — vedere o non vedere nella propria mente — sia rimasta invisibile fino al 2015, scoperta quasi per caso grazie alla lettera di un paziente, dice qualcosa di affascinante su quanto poco si conosca ancora la mente umana. Una caratteristica così basilare del pensiero, sfuggita alla scienza per tutto questo tempo. Quante altre ne esistono, che ancora non si sa come nominare?

Ivana Tuzi

 

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi