NUORO – Spaventa parlare di manicomi, case di correzione, camicie di forza, elettroshock… Rievoca qualcosa di terribile e molto lontano nel tempo, ma non troppo. Spesso però non occorre andare tanto indietro per ritrovare tracce di un sistema che gestiva i casi di malattia mentale o, peggio, la diversità in modo violento e sconsiderato, e la strada per arrivare alla legge Basaglia, che in Italia portò alla definitiva chiusura dei manicomi nel 1978, fu lunga e difficoltosa. Gli ospedali psichiatrici, detti anche manicomi, case di cura per i disturbi psichiatrici, cliniche psichiatriche o neurologiche, o più raramente frenocomi, tra gli anni ’60-’70 erano delle strutture specializzate nel ricovero e nella cura delle persone affette da disturbi mentali gravi, tali da poter mettere in pericolo se stessi egli altri. 
Il trattamento dei pazienti nei primi manicomi era a volte brutale e focalizzato sul contenimento e sulla moderazione del comportamento. All’interno di queste strutture orrende i degenti trovavano segregazione, cattiva alimentazione, promiscuità e vita malsana che, spesso, faceva proliferare infezioni di ogni tipo, epidemie di tubercolosi o pleuriti. Le storie dei reclusi, adulti o bambini, conservatesi nel tempo, sono fragili e brevi, talvolta riassunte in poche parole estrapolate dalle cartelle cliniche, raramente dalla viva voce dei pazienti che non sono sopravvissuti a violenze fisiche e psicologiche, alla solitudine, all’orrore subìto.

L’ex manicomio di Collegno
Aberrante è quanto accaduto durante gli anni ‘70 nell’ospedale psichiatrico di Grugliasco (Torino), al confine con il comune di Collegno, più precisamente nel padiglione ubicato in fondo a via Lombroso e da tutti conosciuto col nome di Villa Azzurra, per il colore delle piastrelle dei bagni. All’ingresso, maestosa, spiccava la scritta “Sezione medico-pedagogica”, e lì venivano rinchiusi tutti quei bambini che la società riteneva anormali, di età compresa tra i 3 e i 14 anni, ma anche di pochi mesi. I degenti provenivano da famiglie povere o addirittura poverissime, ultimi figli di famiglie numerose, o con padri che non sapevano come rispondere alle semplici domande poste loro dal personale ospedaliero.
Villa Azzurra ospitava orfani, disabili fisici e mentali, epilettici, ciechi, ipovedenti, chi era ritenuto disturbato o presentava una estrema vivacità. Nessuno veniva realmente curato. Negli anni Sessanta i pazienti di Villa Azzurra erano 200 suddivisi in due reparti. Nel padiglione A trovavano posto i meno gravi, in quello B i gravissimi, gli irrecuperabili, gli “ineducabili” con i quali non era necessario perdere tempo in quanto considerati “indocili”, “disobbedienti”, “tendenti al furto”, “insofferenti alla disciplina”, “cattivi”. Il personale, costituito da infermieri che avevano appena la quinta elementare, si limitava a legare i degenti ai letti o ai termosifoni. Col bel tempo, nelle giornate primaverili o estive, li legavano all’esterno della struttura agli alberi, alle inferriate, alle panchine, ai cancelli, o dove ci fosse un punto di sostegno o di appoggio per immobilizzarli.

Il dottor Giorgio Coda
La sorte dei bambini al compimento dei 14 anni prevedeva diverse opzioni. I ragazzi potevano fare ritorno alle famiglie d’origine, essere condotti in altri istituti, affidati al centro di addestramento professionale Lombroso o all’istituto penale minorile Ferrante Aporti o, in caso estremo, ricoverati al reparto numero 10 di Collegno, dove li aspettava solo l’annientamento totale dell’individuo. Chi veniva rinchiuso lì difficilmente riusciva ad uscirne. L’istituzionalizzazione diveniva permanente e i piccoli ospiti, all’interno della struttura, subivano abusi e sofferenze di ogni tipo. I bambini erano definiti dalle infermiere “arnesi”, termine che in dialetto piemontese indicava chi fosse “difficile da gestire”.

La stanza dedicata all’idroterapia nell’ex padiglione 21
Il padiglione a loro dedicato era gestito, a partire dal 1964, dal dottor Giorgio Coda, responsabile della struttura, che, spesso e volentieri, praticava sui bambini il metodo dell’elettromassaggio consistente in scariche elettriche sulla testa e i genitali. Se avessero fatto la pipì a letto sarebbero stati legati per ore e giorni interi alle loro brande, seviziati e abusati sessualmente. Il “metodo Coda” non era solo una terapia curativa, spesso era adoperato come punizione per i bambini più turbolenti o di difficile gestione. Il dottor Coda era soprannominato dai suoi pazienti “l’elettricista”. Incuteva timore con la sua filosofia di vita, ritenendo che “il bambino ama solo chi rispetta”.
Per questo impartiva lezioni attraverso l’uso eccessivo degli elettroshock, e per risolvere il problema della masturbazione adoperava il “massaggio lombo-pubico”, una delle varianti dell’elettroshock a basso voltaggio con una scossa prolungata, tale da non far perdere conoscenza al piccolo paziente, ma da provocargli dei dolori insopportabili per 20-30 secondi. Gli elettrodi applicati ai genitali dovevano servire, con il passaggio di corrente nei corpi dei bambini, a farne scattare il controllo, la volontà, l’educazione. Spesso, per rendere più dolorose e penetranti nei gracili corpi le scosse, non veniva adottata alcuna protezione, nessuna anestesia, nessuna pomata, e neppure la gomma in bocca per salvaguardare i denti. Così i denti saltavano e spesso i bambini morivano, tanto a nessuno importava degli “arnesi”.

Bimbi legati ai termosifoni
Nel manicomio degli adulti Coda aveva sperimentato il metodo su etilisti e gay affermando, in prima persona, di aver utilizzato tale pratica almeno 5000 volte, purtroppo a scopo punitivo e sadico, e non per fini terapeutici. Il dottor Coda organizzava anche degli incontri di box fra ragazzi, sostenendone l’utilità per incanalare e scaricare l’aggressività. I round duravano tre minuti, e in quel lasso di tempo i ragazzi imparavano la dura legge della sopravvivenza: vincere o essere sconfitti.
Il 26 luglio 1970 Mauro Vallinotto, fotoreporter dell’epoca, sul giornale “L’Espresso” pubblicò immagini terrificanti e scioccanti di bambini nudi legati mani e piedi. L’articolo intitolato “Ma è per il suo bene” sollevò un polverone e l’indignazione pubblica, tanto che le autorità furono costrette ad indagare sulla struttura e sul dottore e, a seguito di ciò, ci fu un processo. Mauro Vallinotto riuscì ad entrare con un sotterfugio nella palazzina B dove erano ricoverati i bambini e salì nei dormitori. Travestito da medico scattò una serie di foto di bambini legati mani e piedi ai letti, ricoperti di mosche, impossibilitati a muoversi, o che giacevano nei loro escrementi. La foto che portò all’indagine ritraeva una bambina di circa 6-7 anni, Maria, legata, mani e piedi, nuda ad un lettino, letteralmente crocifissa. Da quel momento iniziò la fine del manicomio dei bambini.

Isolamento, una foto di Renzo Miglio
Il 12 luglio 1974 Giorgio Coda venne riconosciuto colpevole dal Tribunale di Torino, condannato per maltrattamenti a cinque anni di prigione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione per cinque anni dalla professione medica, ma per un cavillo legale non scontò mai la pena. Durante il processo per la prima volta i malati di mente non solo ebbero diritto di parola, ma vennero ascoltati e presi in considerazione. Il 2 dicembre 1977 un “commando” di Prima Linea irruppe nello studio di Coda, di via Goffredo Casalis, lo incatenò al termosifone e lo “giustiziò” con tre colpi di pistola alle spalle e alle gambe, recidendogli un’arteria, e gli frantumarono un ginocchio. Al collo gli appesero un cartello con la scritta: “il proletariato non perdona i propri torturatori”, ma il medico sopravvisse, non fu radiato dall’Ordine e concluse la sua carriera come medico di famiglia a Rivoli.
Nonostante questo, il processo al dottor Coda e le condizioni degli internati formano una parte indimenticabile del film del 2003 di Marco Tullio Giordana “La meglio gioventù”. Nel 1979 Villa Azzurra è stata definitivamente chiusa, in seguito alla legge Basaglia che ha riformato in Italia la psichiatria. Oggi l’edificio è stato trasformato in una residenza universitaria, ma il ricordo di quanto accaduto tra quelle pareti vive ancora e non può e non deve essere dimenticato. Appare come un castello di fantasmi, e guardando verso l’alto dell’ingresso si legge ancora la vecchia scritta: “Sezione medico-pedagogica”.
Se quei muri potessero parlare e “raccontare” di quei bambini identificati come “ineducabili” urlerebbero di rabbia e di dolore. Ridarebbero così dignità al piccolo Alberto B., un bambino di otto anni di “spiccata intelligenza”, internato perché la sua unica colpa era solo quella di soffrire di carenze affettive per essere stato abbandonato dai genitori, a Spartaco, entrato nel manicomio degli adulti di Collegno a 3 anni e a 6 trasferito a Villa Azzurra, uno dei primi bambini a subire le sevizie dell’elettricista Giorgio Coda, abbandonato dai genitori perché era semplicemente povero e che ha vissuto tutta la sua infanzia in manicomio, a Carlo, bambino di cinque anni che non aveva un padre, era “molto discolo, indisciplinato, con grossolane anormalità del carattere e della condotta”, diagnosticato come “ritardato mentale con difficoltà psico-motoria e disadattamento mentale”, internato per mancanza di disciplina, ad Antonio di otto anni, che all’epoca pesava 26 chili ed era alto 126 cm. La madre sembrava sana, il padre e il nonno erano alcolisti, condannato per essere enuretico, non avendo il controllo della vescica durante il sonno, e internato per “infantilismo emotivo ed interessi prevalentemente ludici”.
L’elenco potrebbe continuare per parlare ancora di Virginia, Angelo, Adrianina, Libero, Gerardo, un esercito di bambini “invisibili”, la maggior parte dei quali di modesta estrazione sociale, di cui la società ha ignorato l’esistenza e rubato l’infanzia, lasciando segni indelebili sul corpo e nella mente. Orrori e violenze che lo Stato conosceva ma ha omesso volontariamente per tanto tempo e che ora, grazie anche al libro “Il manicomio dei bambini”. Storie di istituzionalizzazione di Alberto Gaino, giornalista de “La Stampa”, permette di far venire a galla la triste verità dei manicomi, di ripercorrere il fenomeno dei minori internati negli istituti psichiatrici nel 1967 e le terribili condizioni di vita quotidiana e le pratiche “normalizzanti” a cui erano sottoposti.
Virginia Mariane
Nell’immagine di copertina, il manicomio dei bambini, la struttura gestita come un lager dal dottor Giorgio Coda

Lascia un commento