RIETI – Joan Mirò e il suo Giardino delle meraviglie: 57 opere tra litografie e incisioni realizzate dal 1953 al 1981, sono in mostra fino al 1 marzo a Rieti nello spazio espositivo al pianterreno di Palazzo Dosi Delfini (ingresso libero), organizzata dalla Fondazione Varrone Cassa di Risparmio e curata dallo Studio Guastalla di Arte Moderna e Contemporanea di Milano. La mostra è aperta il venerdì dalle 15 alle 20, il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e nel pomeriggio dalle 15 alle 20, apertura straordinaria il 30 dicembre (dalle 15 alle 20) e il 5 e 6 gennaio (dalle 15 alle 20).

Joan Mirò
Il percorso espositivo rende omaggio ad un artista brillante ed eclettico, valorizzando le sue produzioni grafiche, forma espressiva preferita, soprattutto nella seconda metà della sua carriera. Pittore, scultore e ceramista, esponente del surrealismo, nacque a Barcellona il 20 aprile 1893, morì a Palma di Maiorca il 25 dicembre 1983. Cominciò a dedicarsi al disegno a 8 anni. Su consiglio del padre intraprese studi commerciali, continuando a frequentare lezioni di disegno, ispirandosi ai suoi luoghi preferiti: la casa di famiglia a Mont-roig del Camp e Maiorca. A Barcellona frequentò l’Accademia Galí dal 1912 al 1915, poi il Cercle Artístic de Sant Lluc. Nel 1916 affittò uno studio entrando in contatto con il mondo dell’arte, scoprendo il fauvismo (in francese “belve, selvaggi”), un movimento artistico innovativo e d’avanguardia di pittori principalmente francesi, che nella prima parte del Novecento dettero vita a una breve ma significativa esperienza. Il movimento nacque all’interno della tradizione impressionista francese della fine del XIX secolo, con accenti romantici e nordici, come Edvard Munch.
La sua prima esposizione fu alle Galeries Dalmau nel 1918. Nel 1920 si stabilì a Parigi, dove si unì agli artisti di Montparnasse, conoscendo Pablo Picasso e il circolo dadaista di Tristan Tzara, disegnando all’Accademia della Grande Chaumière. Qui iniziò a delinearsi il suo stile, influenzato dai dadaisti, in seguito portato verso l’astrazione per l’influsso di poeti e scrittori surrealisti. Nel 1926 collaborò con Max Ernst per la scenografia di Romeo e Giulietta e realizzò il celebre Nudo. Dopo la morte del padre nel 1927, si trasferì alla Cité des Fusains e frequentò Ernst, Jean Arp e Pierre Bonnard. La fama iniziò l’anno successivo con l’esposizione nella galleria Georges Bernheim. Nel 1929 sposò Pilar Juncosa, ebbe una figlia (María Dolores) e iniziò la sperimentazione artistica con le litografie, l’acquaforte e la scultura, la pittura su carta catramata e vetro e il grattage, tecnica tipica della pittura surrealista che consiste nel “grattare” la pittura ancora fresca stesa sulla tela o altro materiale. I graffi creati fanno emergere le cromie degli strati pittorici sottostanti, dando vita a contrasti cromatici e chiaroscurali.
Il 1936 fu l’anno della guerra civile (che ispirò Guernica di Picasso) e Mirò tornò a Parigi, dove si dedicò a raccogliere fondi a favore della causa repubblicana, tornò in Spagna quando in Francia arrivarono i nazisti. Fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, al punto che André Breton, fondatore della corrente, lo descrisse come “il più surrealista di noi tutti”. Tornato nella casa di famiglia sviluppò uno stile surrealista sempre più marcato; in numerosi scritti e interviste espresse il suo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla”, addirittura violentarla, per giungere a nuovi mezzi di espressione, in cui il reale e l’immaginario si fondono.
La prima monografia su Miró fu pubblicata da Shuzo Takiguchi nel 1940. Dopo la morte della madre, nel 1944, iniziò a dedicarsi a lavori di ceramica e a sculture di bronzo. Nel 1954 vinse il premio per la grafica alla Biennale di Venezia e nel 1958 il Premio Internazionale Guggenheim, viaggiò ed espose negli Usa, tornando definitivamente a Palma di Maiorca nel 1956 in una casa progettata e costruita dal cognato, cui aggiunse un laboratorio e uno studio di pittura grazie all’aiuto dell’amico Josep Lluís Sert. Donò parte della proprietà alla cittadinanza, che nel 1981 vi allestì la Fundació Pilar) e Joan Miró (da lui creata nel 1972 a Barcellona). Nel 1974 realizza una serie di tre dipinti “La speranza del condannato a morte”, in memoria del militante anarchico Salvador Puig Antich condannato a morte in quello stesso anno dal regime franchista.
Nel 1978 si dedicò alla scenografia per uno spettacolo teatrale, alla scultura monumentale, fra cui il celebre Dona i ocell (Donna e uccello), che si trova nel parco Joan Miró a Barcellona. Produsse 400 oggetti in ceramica, 500 sculture e 2 mila dipinti ad olio, è stato tra i produttori più prolifici di litografie originali e acqueforti. La Fundació Joan Miró contiene più di 104 mila pezzi tra dipinti, sculture e arazzi. La fama in patria arrivò dopo la fine del franchismo. In questi anni accelerò il suo lavoro, creando ad esempio centinaia di ceramiche, tra cui i Murales del Sole e della Luna presso l’edificio dell’UNESCO a Parigi. Si dedicò anche a pitture su vetro per esposizione, disegnò il manifesto ufficiale del campionato mondiale di calcio 1982 tenutosi in Spagna e concepì le sue idee più radicali, interessandosi della scultura gassosa e della pittura quadridimensionale.
Joan Miró morì a Maiorca all’età di 90 anni e venne sepolto a Barcellona, nel cimitero di Montjuïc. Nel XX secolo il libro d’artista diventa un fenomeno rilevante e Mirò ne è uno dei maggiori esponenti illustrando opere di autori come Jaques Prévert, Tristan Tzara o Paul Eluard. Proprio Jaques Prevert descrivendo Mirò lo definisce “un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni”.
Francesca Sammarco
Nell’immagine di copertina, l’naugurazione della mostra su Mirç: a destra il prefetto Pinuccia Niglio, a sinistra Mauro Trilli (presidente della Fondazione Varrone)

Lascia un commento