Quando si dice “seconda mano” o “usato”, ci si riferisce essenzialmente al mercato delle auto o delle moto o a quello dei testi scolastici. Almeno fino a pochi anni fa. Oggi la situazione è completamente cambiata perché esiste una fiorente attività commerciale che riguarda il settore dell’abbigliamento (abiti, scarpe, accessori…), giochi, dispositivi digitali, piccoli elettrodomestici e altri oggetti per casa e ufficio. In Italia, il mercato online dei prodotti di seconda mano vale 2,5 miliardi di euro. E si stima che per il 2025 il valore del settore arriverà a 2,6 miliardi. Il dato è riportato dal Sole 24 Ore, che cita il Second Chance Impact Report, realizzato dal Centro ricerche sull’economia e le imprese (Cebr) e commissionato da Amazon.
A dare impulso agli acquisti di questi tipo è sicuramente il carovita, ma ci sono anche altre motivazioni. L’economista Pushpin Singh, dirigente del Cebr, sottolinea che “da un lato, l’accessibilità economica degli articoli usati in un periodo di alta vendita e salari stagnanti: per la tecnologia, per esempio, il 52% del campione ha dichiarato che difficilmente sceglierebbe un prodotto nuovo se non fosse disponibile l’alternativa di seconda mano proprio per motivi di risparmio. Dall’altro, invece, lo studio mostra che oggi, in Italia, c’è maggiore disponibilità di alternative di seconda mano e una gamma più ampia di categorie. Anche questo, probabilmente, ha contribuito a migliorare la percezione complessiva del settore, rafforzandone l’attrattiva”.
Ad alimentare il mercato second chance sono soprattutto i giovani perché tanti di questi prodotti non sono più considerati una seconda scelta e perché una necessità (derivante da affitti elevati e da occupazioni spesso precarie) si è trasformata in una opportunità nel senso che “tra ragazzi e ragazze – sottolinea ancora Singh – gli articoli di seconda mano non sono più stigmatizzati e, in certi contesti, sono diventati di tendenza”. Insomma, il bisogno di risparmiare è diventato una moda. Un cambiamento culturale che è figlio di una maggiore attenzione verso i temi ambientali, sintetizzabile nelle famose “3 R”: Ridurre, Riutilizzare e Riciclare, un insieme di principi che mira a promuovere la sostenibilità e la gestione responsabile dei rifiuti. Questo approccio cerca di ridurre l’impatto ambientale delle attività umane, incoraggiando a minimizzare la produzione di rifiuti, a dare nuova vita agli oggetti e a riciclare i materiali. 
In Europa, il mercato online dei prodotti usati e resi vale 21,6 miliardi di euro (e si stima un incremento di altri due miliardi nel 2025) con due persone su tre che acquistano online prodotti di seconda mano. Sulla sola piattaforma Amazon, nel 2024 le vendite di prodotti usati hanno superato i due miliardi di euro tra Europa e Regno Unito. In Italia, “nel 2024, il mercato dell”usato online ha contribuito all”economia nazionale, generando un valore aggiunto di 1,4 miliardi – si legge nel report -. Scegliendo i prodotti di seconda mano – comprensivi di usato, ricondizionato e resi con confezione aperta – il 63% dei consumatori italiani ha speso 2,5 miliardi di euro e risparmiato 3,2 miliardi nello scorso anno”.
Tuttavia, il mercato italiano procede ancora a rilento rispetto ad altri mercati europei. “Dal 2019 l’incremento del reddito reale in Italia è andato peggio che negli altri Stati presi in esame nel report, il che ha ovviamente indebolito i consumi. Tra il 2019 e 2024, infatti, il Paese ha registrato una crescita reale dei consumi dello 0,4%, meglio della Germania (0,3%) ma ben al di sotto di Francia e Spagna, che hanno superato la soglia del 3%. Anche se un reddito più basso dovrebbe teoricamente spingere gli acquirenti verso opzioni più economiche come quelle second chance – e questo in parte è avvenuto – la consapevolezza dei prodotti usati disponibili è tra le più basse del campione analizzato”, ha aggiunto Singh. Inoltre, “il divario rispetto al resto d’Europa implica tassi di penetrazione più bassi per la minore familiarità con l’uso delle piattaforme online”.

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