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Sigieri, il brillante filosofo ucciso ad Orvieto

di | 2019-02-08T13:26:14+01:00 10-2-2019 6:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti
ORVIETO (Terni) – Autunno 1282. Orvieto è una città viva e in rapida espansione. Non sono ancora partiti i lavori del Duomo (la prima pietra sarà posta nel 1290), ma il miracolo di Bolsena di 19 anni prima, la conseguente istituzione della festa del Corpus Domini, l’arrivo della Corte papale, in fuga da Viterbo per i frequenti tumulti popolari, sta rivoluzionando il volto urbanistico dell’antica cittadina di origine etrusca e anche il modo di pensare e di comportarsi, gli usi e i costumi degli orvietani. Le lotte sanguinose tra guelfi e ghibellini  (i Monaldeschi, i Filippeschi, gli Alberaci) non sono finite, ma la comunità è cresciuta di numero (intorno ai 30mila abitanti) e di qualità (aristocratici, dignitari e prelati provenienti da ogni angolo d’Europa).   In quei mesi si accasa sulla rupe non solo il Pontefice, ma persino il re di Francia Carlo d’Angiò col suo numeroso seguito. Alla corte papale sono aggregati, inoltre, grandi personaggi e importanti pensatori e intellettuali. Tra tutti spicca la figura di Sigieri di Brabante (1235-1282). E’ un filosofo averroista in fuga da Parigi, dove le sue lezioni di insegnante alla Sorbona, erano state interrotte e proibite e dove i suoi lavori scritti erano stati messi all’indice in quanto sospettati (“veementemente”) di eresia, tanto che il docente era stato addirittura condannato dal vescovo di Parigi. Per sottrarsi ai pericoli della repressione, Sigieri si era spostato prima nel Brabante e successivamente in Italia dove aveva chiesto ospitalità al pontefice francese, Martino IV, al secolo Simone du Val o di Brion (già inquisitore di Francia e cancelliere del Re, prima di essere nominato cardinale), che proprio ad Orvieto, nella chiesa di Sant’Andrea era stato formalmente incoronato pontefice, nei mesi precedenti.   Il filosofo era originario, come dice il nome (Brabante), delle Fiandre, ma era cresciuto culturalmente a Parigi, dove era stato – secondo alcune fonti – allievo di San Gregorio Magno e dove aveva tenuto seguitissime e acclamate lezioni all’università. Già nel 1270, Sigieri contava di una solida fama legata alla sua adesione alla interpretazione del pensiero di Aristotele fornita dal filtro del filosofo arabo Averroè. Sigieri aderiva alla corrente del razionalismo laico, lontano da ogni preoccupazione e condizionamento teologico. Per evitare problemi con le autorità religiose e con la filosofia dominante (la Scolastica), comunque, il filosofo del pensiero “sovversivo” aveva messo le mani avanti, componendo un brillante trattato in cui sosteneva che le dottrine aristoteliche possedevano una loro ragione e valenza in filosofia (teologia scientifica), ma non coincidevano con l’insegnamento religioso della Chiesa, che sola poteva detenere le chiavi delle verità di fede.   Sigieri si era ritagliato il ruolo di fiero oppositore, anzi di capofila sul piano della speculazione filosofica, di San Tommaso d’Aquino (che predicava il conciliativismo, definito tomista). Alle corte: la dibattuta, aspra contrapposizione tra ragione e scienza e tra fede e religione. Pare che fosse stato proprio Tommaso o il suo ambiente (i domenicani) a insinuare il sospetto di eresia negli scritti del fiammingo tanto che l’inquisitore francese lo aveva citato a presentarsi e a scagionarsi (1276). A quel punto Sigieri aveva frettolosamente lasciato l’insegnamento e la Francia e se ne era tornato nel natìo Brabante. Da lì era sceso in Italia e nei mesi precedenti quell’autunno del 1282 era approdato a Orvieto (lo rivela un poemetto dell’epoca, “Il Fiore”), per chiarire, direttamente al nuovo pontefice, le sue argomentazioni filosofiche, visto che le polemiche continuavano violente e veementi. Qualche mese prima (il 31 marzo), in Sicilia, si erano verificati i terribili eccidi passati alla storia come i Vespri Siciliani. Nel mirino i francesi, gli angioini, scacciati per far posto agli aragonesi, spagnoli, sia vero o no il casus belli dello sgarbo arrecato da un soldataccio francese, che con la scusa di una perquisizione corporale, aveva messo le mani, all’uscita della messa di Pasqua dal Duomo di Palermo, sulle grazie di una giovane, prosperosa e nobile signora palermitana, comportamento che si sarebbe trasformato nella scintilla della feroce, sanguinosa rivolta popolare.   Alloggiato in uno dei palazzi riservati alla corte papale, Sigieri, 47 anni, stava attendendo la “sentenza” del pontefice, quando, di sera alla luce delle fiaccole, venne massacrato a coltellate dal suo segretario particolare. Che pare fosse improvvisamente e imprevedibilmente impazzito. A meno che non escano nuovi documenti, magari da quella miniera che sono gli archivi segreti vaticani, l’inchiesta sul delitto (non si sa bene se svolta dalle guardie papali o dagli uomini dell’allora capitano del popolo di Orvieto, il potente Neri della Greca), appurò che il segretario aveva dato fuori di testa e aveva trucidato, senza pietà, il suo datore di lavoro in preda a un raptus di follia. Caso chiuso e archiviato in men che non si dica. Che fine abbia fatto l’assassino non è dato di sapere, anche se il riconoscimento della malattia mentale dovrebbe avergli consentito quanto meno di salvare la pelle.   Sembra singolare, tuttavia, che un brillante e acuto filosofo, si fosse preso al fianco, così alla leggera, un segretario con una psiche fragile e non avesse vagliato approfonditamente il suo modo di pensare, su temi tanto delicati e dibattuti a quei tempi, tra filosofia, scienza e religione, prima di assumerlo. I “cubicolari”, infatti”, non facevano parte della servitù, magari rozza e analfabeta, ma erano in genere molto colti e risultavano parte integrante del mondo intellettuale.   Il sospetto di un complotto, dunque, non è così campato in aria, in un periodo storico in cui per liberarsi di un ostacolo, uccidere un avversario rappresentava una tecnica molto in voga. E, d’altro canto, non mancarono i “rumores” secondo i quali ad armare la mano del segretario fossero stati personaggi appartenenti agli Ordini Mendicanti (domenicani e francescani) ferocemente avversi alle tesi degli averroisti.   La fama di Sigieri, nei circoli intellettuali e nelle scuole di pensiero della seconda parte del tredicesimo secolo, é testimoniata non solo dai testi delle sue varie Quaestiones e dai suoi trattati e, di contro, dagli scritti polemici degli avversari, ma persino da Dante, che pochi anni più tardi, non solo lo cita e gli riserva versi nella sua Divina Commedia, ma lo pone nel cielo del Sole (canto decimo del Paradiso) e fa recitare il suo elogio addirittura dallo stesso San Tommaso.   Papa Martino IV, qualche mese dopo l’omicidio, si spostò a Perugia, dove morì, tra atroci sofferenze, per una indigestione di anguille e di vernaccia, di cui pare fosse molto ghiotto, come rivelò ancora Dante nel suo capolavoro (oppure il papa fu vittima di un complotto e della famigerata acquetta perugina?). Per tornare all’Alighieri quest’ultimo dedica a Sigieri di Brabante i versi 133-138 del X canto del Paradiso, là dove scrive: “Essa è la luce etterna di Sigieri che, leggendo nel vico degli strami, silloggizzò invidìosi veri” Sulla interpretazione di questi versi, che risultano oscuri, la critica resta divisa. Rimane il fatto – senza addentrarsi in complesse esegesi – che Sigieri fosse famoso e che avesse insegnato alla Sorbona (vico degli strami). Altre fonti aggiungono che fosse stato allontanato, anni prima dell’atroce delitto, dall’università e condannato per 13 proposte eretiche dal vescovo di Parigi, Etienne Tempier (1270). Ma successivamente era tornato ad insegnare (almeno fino al 1276). San Tommaso vergò, tra i molti, il trattato “De unitate intellectus contra Averroistas”, che confutava proprio le tesi propugnate dal filosofo fiammingo e dagli averroisti, i liberi pensatori di quel secolo.   La morte del filosofo, a 47 anni, in età giovanile insomma, risultò particolarmente crudele, ma la fama di Sigieri rimane imperitura.  

Elio Clero Bertoldi

  Nella foto di copertina, Sigieri di Brabante con papa Martino IV e il filosofo Averroè

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