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Sicilia in fiamme: è un vero “ecocidio”

di | 2020-09-11T11:52:10+02:00 13-9-2020 6:00|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

PALERMO – Da Catania a Palermo, da Trapani a Messina a Lipari, la più grande delle isole Eolie: negli ultimi giorni di agosto e nella prima settimana di settembre gli incendi hanno di nuovo bruciato vaste aree della Sicilia. E’ stata ancora una volta martoriata dal fuoco la splendida riserva naturale dello Zingaro, nel trapanese. Incendi anche a monte Grifone, nella zona a sud-est del capoluogo siciliano. Le fiamme più alte si sono levate nella notte tra sabato 29 e domenica 30 agosto a pochi chilometri da Palermo, nei pressi del comune di Altofonte, distruggendo più di 800 ettari di vegetazione nel bosco della Moarda. Il fuoco ha lambito persino alcune abitazioni del paese, imponendo a circa 400 residenti l’abbandono delle proprie case. Al disastro ambientale potrebbe seguire, in autunno, un ulteriore dissesto idrogeologico: il bosco della Moarda era stato creato nel dopoguerra anche per salvaguardare da fango, smottamenti e caduta di rocce la cittadina di Altofonte, che sorge ai piedi di una collinetta.

Sebbene le fiamme siano divampate in giornate di forte scirocco, con temperature tra i 35 e i 40 gradi, purtroppo ne è quasi certa l’origine dolosa: a farlo sospettare gli inneschi plurimi e il fatto che quasi tutti gli incendi sono scoppiati di sera, quando i Canadair non possono volare. Gaspare Guarino, funzionario della Forestale, adesso operante alla Protezione Civile Siciliana,  ipotizza anche la mano  della mafia nella strategia criminale dei roghi incendiari. Sono state infatti aperte indagini dalle Procure di Palermo e di Trapani: il reato ipotizzato è quello di “incendio boschivo”, che prevede da 4 a 10 anni di reclusione, con aggravante prevista in caso di incendi in aree protette.

Perché la Sicilia si possa difendere dal fuoco e dai reati ambientali forse c’è bisogno di un’etica personale e comunitaria molto più radicata e persino di una nuova concezione del diritto. La giurista francese Valérie Cabanes, avvocato specializzato in diritto internazionale, si batte da anni  per il riconoscimento di “diritti” agli elementi della natura perché la si possa salvaguardare meglio quando si tratta di predazione o di catastrofi ambientali. La giurista, assieme ad altri studiosi e ad associazioni ambientaliste, si batte da anni perché il diritto internazionale riconosca i danni più gravi al sistema terrestre (riscaldamento globale, esaurimento delle risorse, inquinamento, distruzione degli habitat naturali, incendi dolosi) come crimini di “ecocidio”,  in modo che tali misfatti siano innanzitutto meglio prevenuti, e – qualora commessi – non rimangano impuniti e siano sanzionati con condanne adeguate. Assieme all’associazione “End Ecocide on Earth”, l’obiettivo  della Cabanes è che l’ecocidio sia riconosciuto dal diritto penale internazionale “come il quinto crimine che può essere perseguito dinanzi alla Corte Penale Internazionale allo stesso modo del crimine contro l’umanità, del crimine di genocidio, del crimine di guerra e del crimine di aggressione”.

“Solo così – conclude la giurista – possiamo preservare i diritti delle generazioni future sulla natura e sulla vita”.

Maria D’Asaro

 

Autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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