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Il mistero di San Feliciano, enclave greca sul Lago Trasimeno

di | 2020-01-09T19:09:26+01:00 12-1-2020 6:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti

MAGIONE – “Ma perché Santo Spiridione, patrono dei pescatori di San Feliciano?”. Era questa la domanda che il professor Giovanni Moretti, docente all’Università di Perugia aveva posto ad uno dei suoi allievi, Gianfranco Cialini, tanti anni fa. Ed ora la vicenda torna d’attualità visto che Santo Spiridione è diventato il patrono dei pescatori del Lago, spazzando via Sant’Andrea, al quale in precedenza erano devoti, in maggioranza, i pescatori dei paesi rivieraschi e delle isole del Trasimeno. La risposta che Cialini offre al quesito è che San Feliciano sia una sorta di “enclave” greca formatasi ai tempi del “Corridoio Bizantino” (quindici secoli fa, grosso modo) o, più probabilmente, nel Quattrocento, quando la caduta di Costantinopoli in mano agli Ottomani fece emigrare in Italia molti cristiani (e tra questi un gran numero di intellettuali con conseguente sviluppo dello studio del greco e della filosofia).

Un primo passo l’aveva compiuto lo stesso Moretti che, fondatore del Museo della Pesca di San Feliciano e docente di storia della lingua italiana all’ateneo perugino, aveva attribuito la terminologia utilizzata dai pescatori nella tecnica del “gorro” proprio all’influenza bizantina. Ora Cialini, storico e amante appassionato della propria terra, porta altri contributi per chiudere il cerchio. “Fino a pochi lustri fa – spiega – alcuni componenti delle famiglie di pescatori di San Feliciano portavano nomi di stretta e chiara origine greca a differenza non solo dei pescatori degli altri paesi del Lago, ma anche delle famiglie di San Feliciano che non praticavano la pesca. Lo ‘Status animarum’ della parrocchia di San Feliciano ed i documenti dello stato civile del Comune di Magione testimoniano come rappresentasse una vera e propria tradizione imporre nomi di origine greca ai componenti delle famiglie che praticavano questa attività. E, inoltre, basta compiere una visita al cimitero e leggere i nomi riportati sulle lapidi per trovarne conferma…”.

Cialini, non solo ha appurato ed evidenziato questi particolari, ma ha effettuato anche comparazioni con gli altri centri del Trasimeno. “I documenti – argomenta – riportano il cognome di ciascuna famiglia, i nominativi dei componenti del nucleo familiare, l’età ed il tipo di attività svolta. Ebbene, confrontando questi elementi con quelli analoghi dei paesi limitrofi, emerge che solo a San Feliciano si verifica questa anomalia”. Nel 1863 San Feliciano contava 16 famiglie di pescatori ed alcuni componenti portavano nomi di origine greca, mentre – osserva lo storico – Monte del Lago, neppure a tre chilometri di distanza, pur vantando 14 famiglie di pescatori, non aveva alcun nucleo familiare che presentasse nomi di origine greca. Spulciando il censimento pontificio del 1853, nella Biblioteca Comunale di Magione, sono saltati fuori questi nomi ricorrenti: Teodoro, Telesforo, Arsenia, Spiridione, Erofilo (il grande medico di età alessandrina), Democrito, Aristodemo, Leonida, Deidamia (la figlia del re Licomede che si era innamorata di Achille, portato lì dalla madre Teti, per impedire che partecipasse alla guerra di Troia). Sulle lapidi del cimitero di San Feliciano ricorrono nomi come Leonida, Fillofore, Aratea, Parmena, Alcibiade, Pericle, Amalia, Teodoro, Merope, Spiridione, Licurgo, Fillifere, Aristodemo, Aristide.

“Si potrebbe dedurre dal ricorrere così frequentemente a nomi di origine greca – è la conclusione di Cialini – che a San Feliciano si fosse formata una colonia di cittadini di origine greca o bizantina. Quando? Potrebbe essersi installata da queste parti nel periodo del “Corridoio Bizantino” (a partire dal 570, tra l’Esarcato ravennate e Roma, nda) o magari più tardi, dopo la caduta di Costantinopoli (1453, nda). Un gruppo per sfuggire alla pressione dei Turchi Ottomani potrebbe essersi rifugiata sulle rive del Lago, approfittando dei benefici concessi da papa Martino V a coloro che sceglievano di vivere sul Trasimeno, dopo che Braccio Fortebracci, con l’apertura della Cava, aveva innalzato il livello delle acque e reso di nuovo fertile il Lago”.

Elio Clero Bertoldi

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