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Reperti etruschi usati in una chiesa cristiana

di | 2018-07-07T11:36:50+02:00 8-7-2018 6:05|Arte, Attualità, Sezione 2|0 Commenti
PERUGIA – Solo pochissimi fedeli si rendono conto, entrando nell’antica chiesa, di quindici secoli di età, che nella costruzione dell’edificio sacro sono stati “riciclati” urne etrusche – che pure sono a vista nella parete di levante – e addirittura coperchi di sarcofagi, con tanto di rilievi e il nome del defunto inciso, utilizzati quali architravi di una finestrella sul campanile. Un vero “riciclaggio” di reperti, ormai prescritto perché avvenuto intorno al IV secolo e nell’alto medioevo.
Eppure la chiesa di Pieve di Campo, dotata di fonte battesimale ed una delle più antiche della diocesi di Perugia, riserva queste singolari testimonianze e attesta che il territorio, sul lato destro del Tevere, era abitato, fertile e ricco, già nell’età del “bronzo finale” (lo dice il ritrovamento di un’ascia ad alette), in età arcaica ed ellenistica etrusca e, infine, in epoca romana (con le necropoli del Palazzone, di vocabolo Grotte, del Ponticello di Campo, di Monte Vile: tutte nello spazio di un chilometro).
Centinaia di tombe di aristocratici, capi, principi, ma anche coltivatori, allevatori, capomastri, artigiani e guerrieri (trovate varie armi ed armature e persino degli schinieri istoriati con l’immagine di Minerva, perché anche l’etrusco, “atroce nei duelli”, aveva bisogno in battaglia di una buona dose di intelligenza: come cantava il greco Archiloco “meglio abbandonare lo scudo che perdere la vita”). Un commercio molto attivo – sfruttando il Tevere, la via Amerina ed i suoi diverticoli – evidenziato dai ritrovamenti di kilikes attiche, di anfore etrusche del pittore di Micali e del pittore di Hesione, di schinieri in bronzo, di tipo greco, lavorati a sbalzo e decorati. Un’altra curiosità: gli elementi architettonici della “Tomba Bella” ricordano la decorazione della Porta Marzia della cinta muraria di Perugia (III sec. a.C.).
In questo territorio gli etruschi coltivavano la vite (anche se il vino delle valli tiberine veniva riservato, lo sostengono le fonti latine, alla plebe e agli schiavi di Roma), il farro, il grano, la biada e allevavano bovini, suini, ovini. Una grande cisterna di 15 metri per 8 di larghezza, a fianco della chiesa e su via Etrusca (nomen omen), che raccoglieva le numerose vene che scendono da Monte Vile, conferma che l’irrigazione, per migliorare la produzione agricola, era praticata intensivamente dagli etruschi anche qui. Dove, oltre ai Volumni, hanno lasciato tracce, e di diverse generazioni, famiglie come gli Acsi, i Vipi, i Velchei, i Vlesi, i Selvathri, i Petui, i Numsi, gli Aulni, i Tarchi, i Satna, i Cai Carcu. Dalla necropoli del Palazzone viene un’urna, di età arcaica (IV sec. a.C.) con la più antica, almeno nel perugino, immagine del Grifo (simbolo del capoluogo umbro), che combatte, vittoriosamente, contro gli Arimaspi. Le prime attestazioni documentali della presenza della chiesa (edificata secoli prima) si trovano in documenti perugini e vaticani del 1029, del 1173 (“Sancti Iohannis in Campo”, con tanto di sigla dell’imperatore Federico Barbarossa), del 1189, del 1208 (“Plebe de Campo”: non più in latino ormai, ma in volgare). Addirittura emergono, dalle pergamene, i nomi dei pievani dell’epoca: Guido, Buonaventura Angeli, Attone (sotto Bonifacio VIII), Nicolaus Odducci. Proprio nel Trecento si stacca la parrocchia di Ponte San Giovanni, intitolata a San Bartolomeo, segno che la frazione limitrofa cominciava ad espanderai, a crescere ed a rendersi autonoma. Risulta, la parrocchia di Pieve, la più ricca, all’epoca, per i versamenti annuali – a Natale ed a San Lorenzo, il patrono – al vescovo ed al capitolo della cattedrale, insieme a San Valentino della Collina e prima di San Martino in Colle e San Martino in Campo (consegnava un maiale grasso, grano, otto fasci di porri, quattro soldi lucchesi ed altro). La chiesa ha subìto, nei secoli, ritocchi e migliorie, pure in epoca barocca e negli ultimi anni. Ma di altri restauri mostra necessità. “Perché – ha sottolineato il vescovo Giulietti durante un interessante convegno dedicato al tema – come le nostre case, anche quella del popolo di Dio, ogni tanto ha bisogno di adeguarsi ai tempi ed alle nuove esigenze”.
Elio Clero Bertoldi
Nella foto di copertina, il coperchio di un sarcofago utilizzato come architrave per una finestrella del campanile 

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