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Terribili storie di ordinaria malavita

di | 2020-10-11T11:30:39+02:00 11-10-2020 6:00|Attualità, Sezione 1|0 Commenti

NAPOLI – Qualche giorno fa si è compiuto l’ennesimo atto delinquenziale da parte di giovani tanto bravi e operosi che alle 4. 30 del mattino, così, giusto per riempire la nottata di eventi eclatanti, un po’ per passare il tempo, per fare la bravata del secolo, con pistola finta, rapinano tre uomini e, purtroppo, per uno dei rapinatori, ci scappa la morte. Ma che vuoi che sia, una “rapinuccia” così, tanto per riempire un solco profondo fatto di solitudine, disperazione, siccità mentale. “ ’O figlio mio è stato ammazzato a bruciapelo, voglio giustizia” così si è espresso dolorosamente il papà del povero Luigi rimasto a terra dopo la rapina.

 

Eh no, carissime famiglie, la giustizia la vorremmo anche noi, vorremmo uscire tranquillamente di casa senza correre il rischio di essere sparati, derubati, malmenati. Vorremmo tranquillità, spensieratezza per noi e per i nostri cari. Ma, evidentemente tale tranquillità è sconquassata dall’arroganza dei vostri figli abbandonati e lasciati in mano all’istintività più bestiale. Quanta comprensione ci vuole, quanta carità, quanta umana e divina misericordia ma quanta ingiustizia permane in un mondo che non garantisce la possibilità di lavorare, quanta miseria umana e intellettuale per favorire certe situazioni al limite della umana comprensione. Due fronti, quello illegale sostenuto dalla miseria, dalla “necessità” di rubare per sopravvivere, e dall’altra parte quello in cui prende piede la spavalderia, la strafottenza per l’essere umano, per la gente perbene, per la legalità da combattere perché io “so’ gruoss e aggia fa verè” (sono grande e devo far vedere). Mettersi alla prova come è successo per i vigliacchi che aggredirono Arturo Puoti a via Foria; un branco, perché solo il gruppo dà forza, da soli si è dei poveracci stracolmi di problemi e incomprensioni. E comprendiamo, accettiamo, accogliamo, favoriamo. Lo stato non fa granché, piccoli sussidi, laboratori per imparare il mestiere, assistenzialismo pedestre, pacche sulla spalla, pieni di “ora vediamo”, poi… più nulla. Concretamente poco o niente. Giovani abbandonati a se stessi e purtroppo alla malavita che garantisce, dietro la vigliaccheria quotidiana, il soldo facile.

Quante speranze sottese, quanti desideri infranti. Si naviga in sabbie mobili dove, se da una parte il desiderio di vivere onestamente riempie gli sguardi di questi ragazzi di attesa e voglia di bene, dall’altra parte le sabbie che tengono aggrappati alla deformità, alla presunzione, alla prepotenza, al “vil denaro” perché è meglio l’uovo oggi… Tanti ce la fanno, tanti riescono ad essere integrati in una realtà, per fortuna ancora positiva e fatta di lavoro onesto. Tanti vanno via, lasciano la città, l’Italia. Tanti altri, invece, con tutte le giustificazioni o mistificazioni di questo mondo, preferiscono la violenza più bieca, l’annientamento di se stessi e degli altri, l’assoluta estraneità da un contesto semplicemente e puramente umano.

E’ il caso, per esempio, del nonno di Ciro, il sopravvissuto alla sparatoria, che mise in chiaro le cose ai tempi dell’arresto del figlio Genny “la carogna” con dichiarazioni che avevano chiaramente lo scopo di far sapere, a chi avrebbe potuto eventualmente essere danneggiato dalle sue confessioni, che loro non condividevano. “Lo disconosco come figlio perché tutto quello che sta dicendo sono tutte palle. Se era omm se faceva a carcerazione p‘a droga. D’o riesto nun sape niente“. Tutte “palle”, tutte bugie insomma perché l’onore di certe famiglie va salvaguardato. Perché, secondo suo padre, Genny non conosceva nessun segreto di camorra e avrebbe dovuto soltanto scontare la condanna subita per il traffico di droga. Ma è quel “lo disconosco come figlio” che ha avuto lo scopo di proteggere tutta la famiglia De Tommaso, lasciando Gennaro da solo, non davanti alla giustizia ma davanti al tribunale dei clan. E il Ciro più giovane è cresciuto nel suo quartiere, con le spalle protette e con il “gusto” di appartenere ai potenti, a coloro che possono tutto, addirittura vantandosi di essere uno del clan, arrogante fino al punto di “giocare” con una pistola finta e derubare il primo (?) malcapitato. Nascondendo la propria povertà e la propria fragilità dietro una pistola finta.

Innocenzo Calzone

architetto e insegnante di Arte e Immagine alla scuola secondaria di I grado presso l’Istituto comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Conduce da circa 10 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Svolge attività di architetto ed è appassionato di Arte. Partecipa ad attività culturali con l’associazione “Neapolis” promuovendo incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli attraverso attività di doposcuola per ragazzi bisognosi.

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