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Quella vecchina portatrice di felicità…

di | 2019-01-06T08:05:40+01:00 6-1-2019 6:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti
VITERBO – Ed eccoci  – qualcuno direbbe: finalmente – giunti a gennaio. Il peggio è ormai alle spalle: giorni e giorni di tavole apparecchiate con ogni ben di Dio; brindisi e parenti; giocate a carte fino all’alba. Natale e Capodanno sono ormai ricordi e ci si prepara a ritornare alla normalità; non prima, però, di aver festeggiato l’ultima ricorrenza: l’Epifania che, come si usa dire, tutte le feste si porta via.   Già, la Befana. Non è giovane, ma è in gamba. Non è bella, ma è buona. Non viaggia in macchina, ma sulla scopa. Indossa un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Non servono altre parole per dipingere nella mente l’immagine della vecchina più amata e attesa con l’inizio del nuovo anno; l’immagine di colei che può, senza dubbio, considerarsi uno dei personaggi più mitici e conosciuti del folklore italiano cui la fantasia infantile è tuttora legatissima.   La Befana è, senza dubbio, la personificazione delle festività, che ricorda in ambito cristiano, l’omaggio che i Re Magi offrirono a Gesù Bambino. In passato i veri regali non li portava Babbo Natale, ma solo la Befana. La sera del 5 gennaio i bambini ansiosi ed impauriti, scappavano a letto a dormire per permettere alla vecchina di lasciare i doni senza tralasciare, però, di prepararle, in un piattino, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino, perché si riscaldasse e recuperasse le forze.   Il mattino successivo, svegli da presto ed eccitati, raggiungevano il camino per vedere cosa la simpatica vecchietta avesse lasciato loro. La cosa che notavano prima era il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto e poi i doni che, allora, erano ben diversi da quelli di oggi: non c’erano di certo pc, smartphone, tablet, ma semplici bambole e servizietti da caffè in porcellana, biciclette, modelli di macchinine e, per i maschietti, un bel pallone di cuoio e così via. Non mancavano i dolciumi. I bambini più buoni, all’epoca, ricevevano in dono (rigorosamente dentro i calzini del papà appesi con una molletta alla cappa del camino) qualche caramella oltre alla frutta secca, mandarini, fichi secchi con le mandorle, arance mentre coloro che proprio buoni non erano stati ricevevano cenere e carbone.   Con il passare del tempo la tecnologia è avanzata e le tradizioni sono in parte cambiate. Oggi la festa più attesa è sicuramente quella del 25 dicembre e i doni, quelli più belli e dispendiosi, sono affidati a Babbo Natale, ma l’Epifania resta pur sempre avvolta dalla sua unicità, nel suo velo di mistero e magia. La Befana brutta e gobba, con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di stracci e coperta di fuliggine (perché entra nelle case attraverso la cappa del camino) era, è e sarà sempre portatrice di gioia non solo per i bambini ma anche per gli adulti  i quali consci che nel gioco della vita tutto è relativo e che quasi nulla è come sembra, tornano per un giorno protagonisti delle fantasie della loro infanzia quando avvicinandosi alla finestra, passavano una mano sul vetro appannato e guardavano verso i primi raggi di sole certi di vedere in controluce l’immagine di una vecchina su una scopa, che svaniva all’orizzonte.  

Adele Paglialunga

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