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Quando la campanella suonò anche per il “pulcino”

di | 2019-09-14T11:29:53+02:00 15-9-2019 6:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

NAPOLI – Ritornare con la mente a quel giorno che mi vide muovere i primi passi nel mondo della scuola non è uno sforzo semplice. Frugando nel passato, i ricordi sembrano confondersi, dando un’immagine sbiadita degli avvenimenti, ma, sorprendentemente, ecco che riaffiorano momenti suggestivi che solo apparentemente sembravano sopiti o dimenticati.

L’esserino minuto che ero, fisicamente sempre più piccola della mia età, un pulcino, così come sarei stata chiamata affettuosamente dalla mia professoressa delle scuole superiori, si avviava a varcare la soglia della scuola elementare, con un candido grembiule bianco, sul quale sventolava un enorme fiocco blu che mi sovrastava il mento e mi sfiorava la bocca e, nel tentativo di tenerlo a bada, finiva sempre di portarlo sciolto, libero di svolazzare, guadagnandomi puntualmente i rimproveri delle mie insegnanti.

Del primo giorno ricordo l’accoglienza di una maestra piccina, dal volto rugoso e molto avanti con gli anni. Sarebbe stato per lei l’ultimo anno di insegnamento. Pensando a lei, si risvegliano attutite e piacevoli sensazioni: sento ancora nell’aria il profumo di vaniglia che ci inondava al suo passaggio e in bocca il sapore del cioccolato che lei distribuì a noi piccoli il primo giorno di scuola.

In maniera chiara e nitida rivedo i miei quaderni sgualciti e i libri sciupati che, puntualmente, mia madre doveva ricomprarmi nel corso dell’anno perché, a causa del mio imperituro disordine, diventava difficile poterli consultare.

Ero molto discola, forse perché crescevo con tre fratelli e amavo i “giochi dei maschi” e, sebbene i miei ci provassero a convertirmi alle maniere buone e gentili regalandomi bambole e ninnoli tipicamente femminili, sarei stata, almeno fino alla adolescenza, un “maschiaccio”, come molti si divertivano ad apostrofarmi. A riportarmi al comportamento consono per una bambina della mia età, ci pensava la mia  maestra Clementina, quando, approfittando della apparente mancanza di sorveglianza, durante la ricreazione, mi divertivo a rincorrere le mie compagne, tra urla e spintoni, zigzagando tra gli enormi banchi. Lei, puntuale, arrivava nell’angolo dell’aula in cui mi ero rifugiata, mi prendeva per mano e mi accompagnava al mio banco, spiegandomi la pericolosità e l’inadeguatezza di quei comportamenti. La mia ricreazione finiva quasi sempre in questo modo.

A distanza di anni, ho varcato di nuovo la soglia di quella scuola ma, questa volta, in veste di docente e ho avuto la gioia di rivedere la mia maestra Clementina ancora lì, con qualche anno in più, ma sempre con lo stesso sorriso. Porto ancora nel cuore il suo fiero orgoglio nel presentarmi alle sue, e da quel momento nostre, colleghe come una sua ex-alunna, con la stessa luce negli occhi di quando mi prendeva per mano e mi accompagnava al mio posto.

Amalia Ammirati

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