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Primo Levi, il dovere di non dimenticare

di | 2019-08-10T10:14:38+02:00 11-8-2019 6:30|Cultura, Sezione 7|0 Commenti

PALERMO – Primo Levi, morto l’11 aprile 1987 per una fatale caduta nella tromba delle scale del suo appartamento in corso re Umberto 75 a Torino, il 31 luglio avrebbe compiuto 100 anni. Con la sua misteriosa dipartita – suicidio o tragico incidente? – l’Italia ha perso il testimone più acuto e più lucido della Shoah. Per la sua azione di partigiano, Levi fu arrestato in Val d’Aosta il 13 dicembre 1943 e, in quanto ebreo, fu poi condotto a febbraio del 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz. Con lui furono deportati 650 ebrei italiani, tra cui vecchi, donne e bambini; Primo Levi fu uno degli unici venti sopravvissuti. Come racconta lui stesso, lo salvarono la laurea in chimica, che gli permise di essere utilizzato per alcuni mesi in un laboratorio, al riparo di freddo e percosse, e l’aver ricevuto qualche razione di cibo in più da un operaio italiano, Lorenzo, che lavorava da civile nel lager e mostrò sempre verso di lui una disinteressata misericordia.

Primo Levi raccontò con parole magistrali, nel libro “La tregua”, l’ingresso ad Auschwitz il 27 gennaio 1945 dei soldati russi, che segnò la liberazione dei prigionieri superstiti: “Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori, lungo la strada che limitava il campo. A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo. Ci pareva che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili, sotto i pesanti caschi di pelo“.

La sua opera più celebre rimane “Se questo è un uomo”, il resoconto della sua vita nel lager di Auschwitz, scritto, come dichiarato dall’autore nell’appendice del 1976 per l’edizione scolastica, “con il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Perché “Io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia”.

Oltre che testimone speciale dell’Olocausto, Primo Levi si rivelò anche scrittore di talento: con “La tregua” vinse nel 1963 il Premio Campiello, nel 1979 con il racconto “La chiave a stella” si aggiudicò il premio Strega. Una delle sue ultime opere,  “I sommersi e i salvati”, ha assunto infine nel tempo un altissimo valore etico e civile perché in questo testo, Levi si chiede il perché della violenza cieca del lager e fornisce risposte  chiare, efficaci e storicamente fondate.

Illuminante, in particolare, è la sua analisi alla “zona grigia”, rappresentata da tutti coloro che a vario titolo e con varie mansioni avevano partecipato al progetto concentrazionario nazista: «Ci viene chiesto dai giovani chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri ‘aguzzini’. Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano essere umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano in massima parte gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori”.

“Se comprendere è impossibile – ammonisce l’autore – conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

E conclude affermando che solo la buona politica e leggi giuste possono salvarci. Ogni epoca storica ha in sé i germi dell’oppressione e della violenza dell’uomo sull’uomo. Auschwitz è sempre alle porte: è necessaria una vigilanza continua, individuale e collettiva insieme, perché non vengano infranti gli argini delle strutture etiche e giuridiche che impediscono alla violenza cieca il funesto ingresso nella Storia umana.

Maria D’Asaro

Nell’immagine di copertina, lo scrittore Primo Levi

 

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