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Nati per poi morire, non per vivere morendo

di | 2019-11-15T19:27:14+01:00 17-11-2019 6:30|Cultura, Sezione 7|0 Commenti

NUORO – Il silenzio avvolge l’anima dell’uomo isolandola dal mondo ed incastonandola in un attimo di tempo infinito, o è il silenzio stesso ad essere rincorso poiché si è convinti che manchi sempre più il tempo per se stessi? Nessuno si conosce a fondo, non si dialoga più con la propria coscienza; per vivere il presente si deve sfruttare al meglio il tempo poiché si è destinati a vivere ogni giorno considerando se stessi pedine in corsa verso la destinazione ultima che tutti attende, la morte. Il tempo non deve trascorrere invano, deve essere vissuto, assaporato, consumato.

Siamo nati per una vita breve? Lo spazio di tempo che ci è concesso corre via troppo velocemente? No, la vita è un dono che solo pochi riescono sfruttare, a godere, a conservare gelosamente. Il tempo che si possiede è tanto, semplicemente però se ne perde a dismisura. Se è stato donato un regalo così incommensurabilmente grande, sarà forse perché durante gli anni che sommati l’uno all’altro vengono chiamati vita si devono compiere grandi cose? Non bisogna sperperare attimi preziosi, solo perché all’uomo ne appartengono molti, esattamente come grandi ricchezze sono proprie di un re. L’uomo non deve essere il re sperperatore della sua vita, ma il re che custodisce gelosamente ciò che ha, disponendo al meglio i propri averi?

Si è dentro al tempo e questo consuma ogni cosa, ogni giorno si muore un po’. Litigi, malattie, impegni, tempo sprecato, attenzioni inutili non devono condizionare il proprio io. Per chi è dotato di consapevolezza il tempo offre una sensazione di dispiacere e perciò chiunque dovrebbe convivere, mano nella mano, con l’attimo fuggente che sta per abbandonare per sempre, con quell’attimo fuggente che aspetta di essere vissuto, ricordato e non celato nell’oblio del passato. La nostra vita andrà dove ha cominciato ad andare, e non tornerà indietro né arresterà il suo corso. La vita proseguirà il suo lungo cammino, dettato da ogni uomo, in silenzio, senza dare alcun minimo segno di velocità: scorrerà dinnanzi agli occhi di un uomo che, attento, osserva il nulla, guardando ma non vedendo la propria vita scappare via. Forse un giorno si accorgerà però della morte. Non si vorrebbe rivivere la vita passata ma, come dice il venditore in un’operetta morale di Leopardi, vorrebbe “una vita a caso, come Dio” gliela “mandasse, senz’altri patti”.

Esattamente “una vita a caso”, non sapendo nulla di essa, ma reputandola sicuramente migliore della propria. “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce: non la vita passata, ma la futura”. Il tempo potrebbe essere catalogato in mille modi, ma il tempo detto “dell’uomo” ha come simbolo l’orologio. “Il tempo è il Tempo”: l’orologio, strumento maledetto per alcuni uomini, potrebbe permettere ad altri di compiere qualsiasi azione esclusivamente se si è in buoni rapporti con esso e questo perché se lo si desidera, come afferma il Cappellaio matto di Alice nel Paese delle meraviglie, il Tempo si può “fermare.” Ciò comporta l’alienazione di se stessi, compiendo continuamente gesti meccanici, diventando automi di fronte alla realtà. Chi trova più, nella società moderna, il tempo per sé, per la propria conoscenza? Chi è che si preoccupa di ricercare il famoso tempo interiore, quello proprio della coscienza di cui Svevo tanto ha parlato? Il tempo ciclico si ripete in continuazione ma non permette che ci si trovi mai nello stesso punto.

È il tempo del mito che porta l’uomo a pensare all’idea di un “eterno ritorno “al tempo delle origini, al momento iniziale da saldare nel presente. Questo è il tempo del rituale, non è proprio della storia. Si ha una continua successione di eventi; dalla vita si passa alla morte per poi rinascere, come le stagioni, che ciclicamente riprendono vita. Per alcuni il tempo, il passato, ciò che si è stati è un dovere religioso, per altri è una tradizione familiare da tenere viva essendo utile per la formazione dell’uomo, come per gli antichi Greci e Romani. Di certo comunque tutti gli uomini hanno la consapevolezza che un giorno sarà posta fine alla propria vita e per questo bisogna viverla al meglio assaporandone ogni lato positivo, non rimandando nulla al domani, cogliendo ogni particolare momento che viene offerto. La vita dopotutto si misura dalle opere non dai giorni; il tempo non esiste in realtà, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere e il presente è solo un istante inesistente che separa il passato dal futuro.

Quegli istanti però, così infinitesimali, devono esser diversi l’uno dall’altro perché la lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere prima che sopraggiunga la dea degli Inferi; quelli uguali non contano. Ecco quindi che gli uomini non devono sprecare il loro tempo soffocando ogni attimo della propria esistenza, ma far sì che la vita non si affretti: “E intanto sarà lì la morte, per la quale, voglia o no, devi aver tempo”. Si è nati per morire, un giorno lontano, quindi l’uomo non può rendere sempre più arido ogni giorno della sua vita, non può vivere morendo sempre più: sebbene si viva dentro al tempo, non si può permettere che quest’ultimo consumi l’uomo.

Virginia Mariane

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