//Il futuro? Meno bistecche, più vegetali

Il futuro? Meno bistecche, più vegetali

di | 2019-08-11T06:59:52+02:00 11-8-2019 6:56|Controluce|0 Commenti

Bistecche di manzo, braciole di maiale addio. Per affrontare e cercare di risolvere i problemi derivanti dai cambiamenti climatici bisogna considerare anche i legami tra l’uso sconsiderato del suolo con tutte le attività economiche che su di esso vengono svolte. Non ultimo l’allevamento degli animali per usi alimentari. E’ quanto emerge dal rapporto “Cambiamento climatico e territorio” dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), il comitato scientifico dell’Onu sul clima, diffuso nei giorni scorsi dopo l’incontro svoltosi a Ginevra.
Il riscaldamento globale provoca siccità, inondazioni e incendi sempre più frequenti anche nelle zone mediterranee. Nei prossimi anni sarà il più determinante dei problemi per la nostra sopravvivenza. Da qui le considerazioni sulla gestione del territorio e su quello che mangiamo, un aspetto sul quale hanno lavorato 66 ricercatori provenienti da ogni parte del mondo. Salta fuori che l’attività agricola e l’uso del suolo sono responsabili per il 23% delle emissioni di gas serra. Una dieta più bilanciata e a base di prodotti a basse emissioni di carbonio (vegetali e frutta, meno carni rosse) potrebbe liberare da 4 a 25 milioni di chilometri quadrati di superficie e significare meno emissioni pari a oltre tre miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Il bestiame rilascia metano attraverso i microorganismi che sono coinvolti nel processo di digestione animale, e protossido di azoto attraverso la decomposizione del letame e aumenta l’effetto serra. Tra i tanti sacrifici che impone la crisi climatica c’è quindi anche quello che riguarda le nostre abitudini alimentari. Più vegetariani e meno carnivori? Pare proprio di sì ma se pure così fosse, sempre meglio che vedere la nostra amata Terra soffocata dal riscaldamento globale e dall’effetto serra con tutte le drammatiche conseguenze che ne deriverebbero.
Ma non basta, nella migliore delle ipotesi – secondo gli scienziati dell’Ipcc – nei prossimi decenni il cibo diverrà meno certo e meno nutritivo. Soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali dove la produttività è destinata a diminuire con l’aumento della temperatura.
Gli alti livelli di CO2 nell’atmosfera renderanno inoltre meno nutritivi i prodotti (5,9-12,7% di proteine in meno, 3,7–6,5% in meno di zinco e 5,2–7,5% in meno di ferro) e anche questo colpirà soprattutto le popolazioni dei Paesi poveri o in via di sviluppo, alimentando un circolo vizioso. Secondo il rapporto sono 820 milioni le persone denutrite nel mondo (due miliardi quelle affette da obesità). Notare che in quanto a obesità l’Italia e uno dei Paesi europei più a rischio.
Ma anche le regioni del Mediterraneo hanno già subito una riduzione di produttività agricola dovuta all’aumento dell’intensità delle precipitazioni e dell’aridità e gli studiosi prevedono che questo trend crescerà nel prossimo futuro.
Una nota a corredo: l’Ipcc stima che nel mondo dal 25 al 30% del cibo sia perso o buttato, e dal 2010 al 2016 questo abbia contribuito dall’8 al 10% al totale delle emissioni di gas serra prodotti dall’uomo. Una percentuale preoccupante. È uno dei problemi che gli scienziati del Panel evidenziano ai politici, con un richiamo pressante per la riduzione degli sprechi e perché la gestione della catena alimentare e del suolo sia regolata in maniera più sostenibile.

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