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“Ma la vita dopo la morte c’è o no?”

di | 2019-11-03T23:28:51+01:00 3-11-2019 6:30|Cultura, Sezione 7|0 Commenti

PALERMO – Sull’epilogo inevitabile, più o meno lontano, dell’esistenza umana di ciascuno, va ricordato il contributo del filosofo Augusto Cavadi, col suo “Andarsene”, testo intrigante e poliedrico.

Ecco ora le riflessioni illuminanti di due psicoterapeuti, esponenti italiani della Gestalt Therapy: il professor Giovanni Salonia e la dottoressa Paola Argentino. Il primo, nel testo “Devo sapere subito se sono vivo” sottolinea la differenza sostanziale tra tristezza e depressione: “Anche se la tristezza infinita di fronte alle perdite (separazioni, morte, malattia) confina con la depressione, non deve essere trattata come tale. Attraversare le sane depressioni dovute ai limiti anche tragici dell’esistenza fa crescere nella pienezza dell’essere umani. Quando la depressione è reazione all’infelicità costitutiva dell’esistenza (e non si somma ad altre gestalt aperte, non elaborate), infatti, compiuto il tempo necessario per l’elaborazione del lutto, si apre e si trasforma in ‘saggezza triste’ che permette di incontrare l’Altro nella concretezza dell’esistenza senza fughe nell’euforia. Viceversa, negare la tristezza delle perdite può, a sua volta, produrre depressione ‘patologica’. Nella post-modernità molte depressioni derivano proprio dal rifiuto della morte e dal vivere come umiliante sconfitta ogni situazione limite”.

Ed ecco cosa scrive la dottoressa Paola Argentino, in un opuscolo dell’Istituto di Neuroscienze e Gestalt Therapy “Nino Trapani” di Siracusa, di cui è direttore scientifico: “A partire dalle idee del matematico Renè Thom, la scienza ha cercato di indagare la genesi e l’evoluzione (mutamento o permanenza) di strutture o forme, animate e inanimate, materiali ed astratte con l’elaborazione  della “teoria delle catastrofi”: una teoria morfogenetica che tenta di spiegare le forme naturali individuando il punto critico del conflitto a cui la ‘forma’ deve la sua origine. Ad esempio, in campo fisico, 100 gradi centigradi rappresentano il punto di catastrofe per cui l’acqua muta la sua forma da liquida a gassosa. Questa teoria è stata applicata in vari campi e, contrariamente alla teoria del caos, tenta di spiegare il mondo e i suoi oggetti come “strutture razionali”, che si succedono secondo leggi morfogenetiche. […] Aristotele, nella Poetica, per primo usa il termine “catastrofe” con una connotazione tecnica, per indicare il punto critico della tragedia, quando tutti i nodi si sciolgono e piccoli cambiamenti portano alla rivelazione finale”.

Allora, conclude la dottoressa: “Se applicassimo questa teoria al dominio del metafisico, così come lo stesso Thom ipotizza – visto che si tratta di cogliere non solo strutture superficiali, ma anche dinamismi profondi – la morte biologica potrebbe essere il punto critico, il luogo di catastrofe del passaggio da una struttura morfologica ad un’altra?”.

Chi lo sa… Ne era certo san Francesco, che è stato persino capace di appellare la morte fisica come sorella. Per chi si colloca nella tradizione religiosa cristiana, come san Francesco, non ci sono dubbi sulla vita eterna custodita da Dio.

Per chi è più dubbioso, citiamo la tradizione buddista, che – pur non ipotizzando una Trascendenza – raccomanda di vivere praticando la giustizia, la gioia, la compassione e la misericordia. Non a caso, alla domanda di un discepolo: “Ma la vita dopo la morte c’è o no?” un saggio avrebbe risposto: “C’è la vita prima della morte? E’ questa la vera questione!”.

Maria D’Asaro

 

Autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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