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Lago di Bolsena dove storia e natura si fondono

di | 2018-07-28T12:56:04+02:00 29-7-2018 6:25|Attualità, Sezione 6, Viaggi|0 Commenti

BOLSENA (Viterbo) –  Ridente (sarebbe il caso di aggiungere anche amena) cittadina nella Tuscia che si affaccia sulle rive orientali del lago omonimo. Un angolo d’Italia ricco di storia, di tradizioni e immerso in una natura rigogliosa e ancora in gran parte incontaminata, abitato da una popolazione cordiale e ospitale, tenacemente attaccata alle proprie tradizioni storiche e culturali. Ecco Bolsena, suggestivo e ridente borgo medievale adagiato alle pendici dei monti Volsinii, le cui origini risalgono al III sec. a. C., quando venne popolata dagli abitanti sfuggiti alla distruzione di Velzna, una tra le più importanti città etrusche  dalla quale Bolsena ereditò anche il nome, che le fonti classiche hanno tramandato dalla forma latina Volsinii.

Da quelle parti si vive in perfetta simbiosi con il lago dalle acque trasparenti, frutto della mancanza di inquinamento. Si tratta del maggiore d‘Europa fra quelli di origine vulcanica, con la pesca che costituisce l’attività economica preminente, grazie alla presenza di varietà di specie ittiche; ha numerosi immissari di modesta portata e un unico emissario, il fiume Marta, che nasce dal porto dell’omonimo centro abitato e sfocia nel Mar Tirreno. E’ principalmente alimentato da acqua piovana, in misura minore da sorgenti, piccoli fossi compresi all’interno del bacino imbrifero, e dal fondale, dove vi sono numerose sorgenti di gas, acque termali (che arrivano a temperature di 40 °C) e acque ricche di minerali disciolti.

Si forma con il crollo dell’apparato vulcanico Vulsinio, il quale in seguito alle eruzioni laviche si svuota e crolla su se stesso, formando un’enorme “caldera”, lentamente riempita dall’acqua. Il fondo lacustre si presenta molto irregolare con numerose asperità, mentre due splendide isole (la Bisentina di 0,17 kmq e la Martana, più piccola di 0,10), ricche entrambe di vegetazione a macchia mediterranea, contrastano l’azzurro della sua superficie.

Tra le particolarità naturalistiche che lo distinguono, ve ne sono due di particolare interesse: le “sesse” e l’onda anomala. Le prime sono variazioni improvvise del livello delle acque interne, simili alle maree, ma al contrario di queste, del tutto imprevedibili. Determinate dalla pressione atmosferica o dai venti, possono anche raggiungere i 50 cm. La seconda, più frequente e visibile con lago calmo, è un’onda che si presenta con un fronte di vaste proporzioni, che si rafforza man mano che avanza fino ad infrangersi violentemente sulle coste.

Il lago di Bolsena appare come un vero e proprio mosaico di attrazioni naturalistiche: in inverno sembra un luogo alquanto misterioso, avvolto da una fitta nebbia che rimane sospesa sopra le sue acque; mentre in estate, quando il sole brilla, riesce ad ammaliare come il “canto di una sirena” ogni singolo visitatore mostrando le sue forme ed i suoi colori intensi e vivaci.

La prima cosa da cui si sarà colpiti è il colore della sabbia delle sue rive. Questa, infatti, è molto scura, nerastra, con sfumature tendenti all’antracite. Il motivo di questa particolare colorazione della rena, dipende dal fatto che, il Lago di Bolsena è di origine vulcanica. L’ampia superficie del cratere non è stata riempita del tutto dall’acqua e questo ha determinato la formazione di spiagge a sabbia nera. Il lago di Bolsena è il più grande, nel suo genere, d’Europa: vanta, infatti, un’area di 113,5 kmq e raggiunge profondità medie di oltre 80 metri. In alcuni punti della costa, quelli in cui l’uomo non ha ancora edificato a scopo turistico, resistono le paludi. Si tratta di piccoli tratti di costa lacustre incontaminata, dove crescono spontaneamente distese fitte di canne, che ospitano diverse specie di uccelli acquatici, anche piuttosto rari. Soprattutto in queste zone paludose, infatti, si possono ammirare alcuni splendidi esemplari di aironi cenerini, garzette, morette, fistioni turchi, tuffette e gabbiani.

Adagiato sui fondali del lago di  Bolsena c’è un villaggio sommerso risalente al IX secolo a.C. un importante sito archeologico subacqueo custode dell’antico villaggio del Gran Carro abitato, stando a quanto riferiscono gli archeologi, dai Villanoviani, civiltà che si sviluppò in ampie parti d’Italia in un’epoca grosso modo corrispondente all’arrivo della seconda grande ondata di indoeuropei. La scoperta fu fatta dall’ingegnere minerario Alessandro Fioravanti che, con famigliola al seguito, s’imbattè in un tracciato scavato da solchi, con presenze di frammenti ceramici disseminati tutt’intorno. Capì subito che si trattava di reperti antichi: ma antichi quanto? La curiosità dell’ingegnere, andò oltre la propria immaginazione, e facendo personalmente delle immersioni in apnea, si rese conto di aver fatto una scoperta sensazionale.

Attraverso le prime ricerche con la sua equipe, formata inizialmente da semplici appassionati di archeologia subacquea, si riscontrò che oltre a quel tracciato sommerso, erano presenti pali infissi sul fondale, frammenti ceramici, fibule, oggetti domestici e altro. Seguendo quei solchi, a circa 150 metri dalla riva e a 5 di profondità, c’erano altri pali infissi nel fondale che fecero subito capire a Fioravanti che si trattava di un enorme villaggio palafitticolo Villanoviano (così denominato in quanto a “Villanova” in provincia di Bologna vennero trovati i resti di una necropoli dell’età del ferro). Da quel momento in poi, si susseguirono dei ritrovamenti di eccezionale valenza archeologica e storica, che l’ingegner Fioravanti ha portato a conoscenza del mondo intero.
Il villaggio Villanoviano del “ Gran Carro”, ha un’area che si estende per circa 7 ettari , ubicato a metà della costa del lago. Si tratta di un sito archeologico sommerso di epoca Villanoviana pre-Etrusca; in origine questo insediamento era abitato in prossimità della riva e successivamente per l’innalzamento del livello delle acque, fu spostato su palafitte. Dai reperti trovati nell’area in questione, si è riscontrato che gli abitanti praticassero ogni tipo di attività che ne garantiva la sopravvivenza e il benessere comune, dando già l’idea di come fosse organizzata una piccola città.

L’annuncio pubblico del ritrovamento venne fatto nel 1962 ad Orvieto, al convegno sugli studi Etruschi ed Italici, dove venne presentata per l’occasione anche una pubblicazione. Nel 1965, si realizza una documentazione fotografica dettagliata dell’area interessata, e Mario Moretti, soprintendente dell’epoca, autorizza l’intervento dei sub della Pennsylvania University di Philadelphia (USA), per rimuovere i reperti più importanti, sottraendoli dalla portata dei malintenzionati, che potevano servirsene per traffici clandestini.

Nel 1974, la scoperta del ritrovamento del cranio di un bue, per merito del ricercatore subacqueo Massimo Lozzi  e più tardi, nel 1989, la scoperta in prossimità dell’isola Bisentina di 2 piroghe monoxile (ricavate cioè da un unico tronco di albero), la prima della lunghezza di circa 9 metri e l’altra di 13, confermano attività di pesca dei Villanoviani. Una di esse attualmente è conservata a Capodimonte sotto trattamento di mantenimento, mentre l’altra giace ancora sotto il fondale protetta da uno scudo d’acciaio in attesa di “sistemazione”.

Dal 1960 al 2000, sono stati riportati alla luce circa 4000 reperti;: da manufatti per le attività domestiche (ziri, olle, scodelle, tazze vasi, brocche) a quelli per le attività artigianali e per la pesca. Da annoverare che, nel 1977, lo Stato Maggiore dell’Esercito, attraverso il Cale (Centro addestramento esercito leggero) di Viterbo, concede all’ingegner Fioravanti, un elicottero per un monitoraggio aereo dell’area archeologica, collabora anche il C.I.R.S.S (Centro Italiano Ricerche Studi Subacquei), e dopo 4 giorni di rilievi fotografici, viene localizzata la strada che metteva in collegamento l’isola Martana alla terra ferma. Inoltre, con l’ausilio di un paracadute ascensionale, si riscontra la presenza di una struttura portuale tra Monte Bisenzo e Punta San Bernardino, con una concentrazione di blocchi disposti a “tenaglia” verso il largo.

Armati di bombole, occhiali e pinne è possibile osservare oltre agli antichi reperti, rimasti per secoli sulle profondità del lago, anche antiche brocche, damigiane, resti di case. Questi resti si trovano a circa 4 metri di profondità, la visibilità è solitamente ottima tanto che è possibile scorgere i resti anche dalla superficie. Le scoperte dell’ingegner Fioravanti sono state molto importanti al punto tale che hanno contribuito a riscrivere nuove pagine di storia del territorio del lago di Bolsena: recentemente il lago è stato candidato all’inserimento nel Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Adele Paglialunga

Nella foto di copertina, una suggestiva veduta del lago di Bolsena

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