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L’affascinante necropoli di Monte Rizzu-Ottava

di | 2021-01-15T23:13:58+01:00 17-1-2021 6:30|Cultura, Sezione 7|0 Commenti

SASSARI – Le ricerche nella necropoli romana di Monte Rizzu-Ottava, nella provincia di Sassari, ebbero inizio nel 1953 ad opera dell’archeologo e professore emerito Ercole Contu, in seguito a lavori agricoli che avevano portato alla luce alcune tombe. Nella zona erano stati già in precedenza individuati resti antichi di rilevante interesse come una parte dell’acquedotto che approvvigionava la colonia di Turris, a breve distanza dal moderno abitato, un tratto della strada a Turre, che superava su un ponte il rio Ottava, infine i resti di un edificio, forse un tempietto “in antis”, a breve distanza dal nuraghe Cappellone. Successivamente nuove campagne di scavo nella suddetta zona furono condotte nel 1984 sotto la direzione di Satta e infine tra il 1985 e il 1986 dalla professoressa Cinzia Vismara. Oltre a materiale ceramico di vario tipo sono state individuate alcune sepolture ad enkytrismòs già presenti in necropoli sarde e della penisola sulla base degli studi e delle ricerche in tal senso compiute dal Metzke.

L’enkytrismòs è un tipo di sepoltura che in epoca preistorica veniva praticato per inumare i bambini. Consisteva nel deporre il corpo all’interno di un vaso in terracotta, denominato pithos, con il corpo in posizione rannicchiata. Il pithos veniva deposto in un anfratto di roccia, ricoperto da un cumulo di pietrame, e rimaneva visibile sulla superficie del terreno. In genere questa sepoltura era riservata presso spazi distinti rispetto a quelli in cui trovavano posto gli adulti ed avveniva assieme ad oggetti in miniatura, figure umane, di animali, stivali e carrettini-giocattolo. Il materiale in situ, datato sulla base di confronti, è quasi esclusivamente di epoca tardo-repubblicana e non va oltre l’età neroniana. L’area studiata, ad est dell’odierna strada statale 131, a circa 10/15 km a nord di Sassari, in prossimità dell’attuale centro di san Giovanni, è caratterizzata da una particolare conformazione geologica risalente al periodo miocenico e, lungo il corso del rio Ottava all’olocenico.

La zona, come attestano numerosi rinvenimenti di nuraghi, villaggi, fonti, pozzi e sepolture, doveva essere stata lungamente abitata, forse per la natura pianeggiante del terreno, per la presenza di fiumi e per la vicinanza al mare che devono aver giocato un ruolo di fondamentale importanza nella scelta insediativa. I materiali rinvenuti nel corso della campagna di scavo del 1985 sono nella maggior parte dei casi frammenti di piccole dimensioni. Alcuni appartengono al gruppo di ceramiche comuni a vernice nera di produzione “Campana A”, ma sono altresì presenti frammenti in argilla nei toni del grigio e con ingubbiatura (rivestimento della superficie dei vasi ottenuto per mezzo di un sottile strato di argilla finissima diluita) grigio-scura. Compaiono anche frammenti di ceramica fine, anfore, unguentari a pareti sottili, sigillate italiche (varietà di ceramiche), un unico esemplare di lucerna del tipo “a tazzina”, due tegole e dei “dolia”, contenitori di terracotta di forma sferica, con altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri nel punto di massima espansione, la cui capacità era di circa 1500-2000 litri ed erano adibiti prevalentemente al trasporto di vino.

Di tutti i reperti rinvenuti, sono sicuramente molto suggestivi quelli riguardanti i dolia e la loro funzione. Questi enormi orci erano utilizzati per la sepoltura ad enkytrismòs, tombe a fossa per inumati in cui il defunto era deposto dentro un grande vaso opportunamente tagliato e forse se ne può ricavare l’origine nel mondo punico. Per la necropoli di Ottava ciò potrebbe sembrare del tutto eccezionale in un periodo in cui l’incinerazione nel mondo romano era maggioritaria, ma dall’età repubblicana all’impero di Adriano fu un fenomeno costante e non raro.

Ad Ottava tutte le tombe sono state costruite allo stesso modo. Nel terreno veniva scavata una fossa riproducente nel fondo la forma del dolium in posizione orizzontale. Questo veniva fatto rotolare sino ad adagiarsi aderendo alla cavità, e quindi era bloccato con grosse pietre che spesso dovevano coprirlo. Solo in questo momento i defunti erano deposti dentro i contenitori e la posizione rannicchiata sul fianco destro era volutamente imposta al cadavere. Si denota perciò che la sepoltura nei dolia era una forma di sepoltura plurima, familiare. Alcuni di questi vasi sono stati più volte restaurati con l’uso di grappe plumbee passanti, e ciò fa pensare a una loro continua utilizzazione nel tempo.

La quantità e la qualità dei materiali di corredo rinvenuti fanno ipotizzare una diffusione di questo tipo di sepoltura nell’ambito di classi sociali povere e l’utilizzazione di un solo dolium per deposizioni plurime, dovute ad esigenze di risparmio; ma dalla disposizione degli scheletri si deduce che queste non erano sepolture secondarie. Una curiosità è che la sepoltura nelle necropoli ad enkytrismòs sembra riguardare, sulla base degli scavi effettuati fino agli anni ’90, solo ed esclusivamente le zone della Sardegna nord-occidentale e qualche sporadica località del centro e del nord dell’isola. Per quanto riguarda la Sardegna, le necropoli di Ottava e le altre coeve, rappresentano la prima testimonianza di un tale modo di sepoltura nell’isola. Non si conosce con certezza quale possa essere l’origine di questo rito nell’isola, però forse si può ricercare in un ambiente non lontano nel tempo, il mondo punico, ove esso però è testimoniato solo per quanto riguarda le inumazioni dei fanciulli, come d’altronde nel mondo romano. Non mancano comunque riscontri con l’oriente dove nel 1951, a Mari, fu rinvenuta una necropoli d’epoca seleucidica ove i defunti inumati venivano deposti in bare a forma di guscio di noce, o in grosse giare di terracotta tagliate lungo un fianco per agevolare l’introduzione del defunto. Così “si addormentavano nel sonno senza risveglio gli abitanti della Mesopotamia dopo aver varcato, una volta per sempre, la soglia della casa dalla quale chi entra non esce più” (Parrot 1959, p.26) e così si addormentavano per sempre, cullati dalle braccia della “Madre terra” alcuni abitanti della Sardegna.

Virginia Mariane

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