//Struggente malinconia fra ricordi e rimpianti

Struggente malinconia fra ricordi e rimpianti

di | 2019-12-22T06:57:09+01:00 22-12-2019 6:50|Punto e Virgola|0 Commenti

Trovo sinceramente complicato scrivere un pezzo in occasione del Natale. E non certo perché manchino le idee o gli spunti (probabilmente sono anche troppi), ma per la semplice ragione che i sentimenti e i ricordi prendono il sopravvento sulla razionalità. E dunque risulta difficile trovare i tasti giusti per rendere compiutamente il pensiero. L’abitudine alla cronaca nuda e cruda è una brutta bestia quando si devono scovare nelle pieghe dell’animo le parole adeguate. Ci provo.

I ricordi e i rimpianti sono il fil rouge di questi giorni. Il ricordo soprattutto di chi non c’è più: le persone alle quali sono maggiormente legate le festività natalizie, le più attese e le più belle di tutto l’anno. Il rimpianto di non averle più accanto e di non poter condividere con loro le piccole-grandi tradizioni che accompagnavano l’attesa e il compiersi degli eventi. Il dono sotto l’albero (mai più di uno, ma “stranamente” sempre centrato sui desideri espressi durante i mesi precedenti: tanto poi c’era sempre la Befana della Polizia a regalare qualche altro giocattolo…). E c’era poi la processione domestica intorno a mezzanotte nella quale si doveva “far nascere” il Bambinello: la statuina doveva portarla il più piccolo o la più piccola della famiglia. A me non toccava mai (almeno i ricordi non mi aiutano) questo compito tanto importante, quanto sentito perché c’era sempre mia sorella di 4 anni più giovane. Mi sarebbe piaciuto: dico la verità.

Il cenone della vigilia era scandito dai piatti di sempre: c’erano le pettole, il baccalà fritto e/o in umido, la tagliatella riccia con le acciughe soffritte, il cavolo in pastella, la frittura di pesce, il polipo, il capitone, la frutta secca, il torrone fatto in casa, i mostaccioli, le cartellate (rigorosamente condite col vin cotto che la nonna aveva premurosamente preparato facendo seccare i fichi estivi). E tanto altro di cui ho perso traccia. Pietanze dai sapori forti, genuini e ormai sconosciuti. Dalle mie parti (in Puglia) tutte le vigilie sono persino più importanti della festa stessa.

Fino a quando Babbo Natale nella mia mente era davvero il signore vestito di rosso e dalla barba bianca che portava i doni intrufolandosi chissà come nelle case (ormai i camini non esistevano più), il regalo sotto l’albero era sempre un giocattolo, poi venne il tempo delle cose utili: un maglione, una camicia. Al cappellino di lana ci pensava sempre la nonna che lo confezionava a mano. Il mio preferito era quello bianco e nero con tanto di ponpon (sì, quello della Juventus) con il quale entrai pure in sala operatoria per una bruttissima peritonite: avevo 10 anni. Ma ne realizzò anche diversi con il rosso e con il blu: i colori del Taranto (la squadra della mia città: l’altro mio grande amore calcistico). I libri invece non avevano tempo: arrivavano in ogni mese dell’anno.

I nonni non ci sono più da tempo, anche il babbo e la mamma se ne sono andati, come la gran parte degli zii e delle zie (erano davvero tanti). Pure qualche qualche cugino (quelli della mia generazione) comincia ad andarsene. E gli struggenti rimpianti aumentano. Sembra una specie di strano gioco con le carte in cui la prima scivola e vola via. Chissà quando toccherà a me il ruolo della prima carta…

Il Natale induce, meglio dovrebbe indurre a dimenticare, a perdonare. Ad essere tutti più buoni, come si diceva da piccoli. Quanta ipocrisia in queste parole: non si capisce perché chi è stato “cattivo” per 360 giorni, debba cambiare negli altri “5”. E perché poi solo a Natale? Soltanto per fare un piacere al tenero Bambino Gesù che nacque nel posto più scomodo e derelitto del mondo per salvare l’umanità?

E allora semplicemente Buon Natale. A voi, ai vostri cari, a quelli che ci sono e a quelli che sono volati via, ma che restano sempre insieme a noi.

 

 

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