//La solitudine, male incurabile degli anziani

La solitudine, male incurabile degli anziani

di | 2019-02-22T13:27:47+01:00 24-2-2019 7:00|Punto e Virgola|0 Commenti

Paolina Grassi ha quasi 91 anni ed è l’unica abitante di Casali Socraggio, un ex paesino di montagna della Valle Cannobina, in Piemonte, quasi al confine con la Svizzera. Sotto ci sono Canobbio e il Lago Maggiore con i turisti che affollano alberghi e ristoranti: lassù, invece, ci arrivano in pochissimi e soltanto d’estate. Una decina o poco più di villeggianti, ma lei non ci fa caso: “E’ il silenzio a farmi compagnia, soprattutto di notte quando non riesco a dormire: è quello il momento in cui puoi ascoltarlo meglio. Fuori dalla finestra della mia stanza è completamente buio, ma in alto il cielo è pieno di migliaia di stelle”.

 

La storia di Paolina è simile a quella di tanti anziani che restano da soli nelle loro antiche case e aspettano la morte. Che accada in alta montagna o nei nostri spesso abbandonati centri storici non cambia molto: la solitudine è una delle malattie della vecchiaia. Più cupa e perversa dell’artrite o del Parkinson o dell’Alzheimer: è il male dell’abbandono. Certo, non sempre è così, ma queste situazioni cominciano ad essere piuttosto frequenti. E devastanti. La signora Grassi aveva 4 sorelle (l’ultima è morta nel 2016), il marito se ne è andato nel 1993 e adesso che è morto pure il cane Fido è rimasta completamente sola nella sua casa al civico 27. Figli e nipoti vivono nei paesi circostanti e non le fanno mancare l’affetto, ma lei non ha nessuna intenzione di lasciare i luoghi in cui vive da sempre. “Spero di farcela fino all’ultimo perché in casa di riposo non ci voglio andare”. Ha la televisione ma non la vede mai: soltanto un soprammobile. Segue i ritmi della natura: “Faccio colazione alle 8 e poi ho sempre da fare: dar da mangiare alle galline,  pulire la chiesa, prendere le erbe, fare il fieno, lavorare con il rastrello e il falcetto, riempire la gerla di legni per la stufa…”.

 

In tutta la sua vita ha lasciato la sua montagna per accompagnare in ospedale a Novara il marito e per recarsi a Macugnaga con il prete. E al cinema ci è andata appena due volte. Sogna di tornare  dove è stata partorita, sul monte Zeda sull’Alpe Badia, a mille metri di altitudine “dove papà aveva le bestie, faceva il carbone e essiccava le castagne nel graticcio”.

 

Una vita semplice, dove non c’è posto per la paura: ” E perché mai? L’avevo a 18 anni quando c’erano i rastrellamenti dei tedeschi che volevano bruciare il paese perché si erano rifugiati i partigiani. C’era un aeroplano che volava basso e c’era il pericolo  dei bombardamenti”. Non si lamenta mai degli acciacchi conseguenti all’età. ma solo del fatto che non nevica quasi più: “Nel 1985 mio marito Luigi aveva misurato 92 centimetri di manto bianco». Va a fare la spesa una volta al mese, accompagnata al supermercato dalla nuora. Poi mette tutto nel freezer e scongela quello che le serve, compresa una pagnotta ogni giorno.

 

E la sera, dopo cena, si va a letto presto. L’immancabile preghiera (“Che il Signore faccia star bene i miei figli e i miei nipoti) e infine la possibilità di godersi il silenzio. Lunga vita alla signora Paolina, testimone di un tempo che non tornerà mai più.

Buona domenica.

 

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