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La scuola “vera” è tutta un’altra storia

di | 2019-09-08T13:13:02+02:00 8-9-2019 6:05|Attualità, Sezione 2|1 Comment

ENNA – È arrivato nonostante il caldo. È arrivato nonostante avessi ancora voglia di mare e di vacanza. È arrivato il primo giorno di scuola e, come una scolaretta, sono sempre emozionata. È un’avventura, un viaggio di cui non conosco la meta e talvolta neanche i compagni, come quest’anno ad esempio. È un’attesa che si fa ansia, preoccupazione, interrogativi: riuscirò a soddisfare i bisogni di tutti, riuscirò ad essere autorevole e dolce, competente e obiettiva, amica ma non troppo?
Dubbi che si ripetono, domande che mi rimbombano nella testa, morsi che arrivano alla pancia sebbene il mio viso non si scomponga. Celo.
Celo anche la nostalgia per chi è andato via, per quelli che ho accompagnato, per quelli che mi hanno riempito d’orgoglio e per quelli che mi hanno fatto faticare. E mi si dipinge un sorriso largo quando li incontro per strada, quando li vedo staccarsi dal crocchio per venirmi incontro.
Qualche nome è sbiadito, l’età pure ma non il loro viso.
Li ricordo bene:
“ Ciao Elena”, dico.
“ No, prof, sono Laura. Elena era seduta accanto a me”, risponde.
“Sì, scusami Laura, sai che non sono brava con i nomi”, aggiungo io, ridendo della mia sbadataggine.
E tra una battuta e l’altra si salta indietro nel tempo, a quel bellissimo pomeriggio uggioso, quando distesi sui plaid, al lucore delle candele e di una dolcissima melodia ascoltavamo di Ettore e Achille, di Andromaca ed Elena. Ricordo gli occhi lucidi dei ragazzi per la morte dell’eroe troiano, il godimento di aver accesso in loro un’emozione così intensa o di quella volta in cui la battuta di Alessio ci fece ridere a crepapelle. Ricordi su ricordi. Emozioni. Poi una frase, sempre la stessa, sempre per tutti: “Studiate, leggete e pensate con la vostra testa”. Poi ancora un abbraccio forte, un bacio stampato sulla guancia a suggellare un affetto antico e una stima conquistata.
E scavando tra i ricordi riaffiora quel 9 gennaio 1998, quando giovane e inesperta, ho varcato la soglia di una scuola da insegnante, quella stessa scuola dove io ero stata alunna.  Mi trovavo, all’improvviso, dall’altra parte della barricata: una cattedra di fòrmica sgangherata divideva me da loro, una maestra impaurita da ventitré ragazzetti esagitati. Mi dichiararono guerra. Un bagliore si accese nei loro occhi, un grido di guerra e subito la rissa e io mi sentii morire.

Tornai a casa, lungo il tragitto ricacciai indietro le lacrime e presi una decisione solenne: avrei cambiato lavoro, strappato i libri, le abilitazioni, mi sarei trasferita di città e persino di pianeta.
Invece l’indomani tornai a scuola con l’armatura ammaccata ma ancora viva. E iniziai a raccontare. Provvidenziale fu un libro che avevo letto all’università intitolato “Leggende della Sicilia”. Raccontai di Demetra, di Colapesce, di Polifemo e pian pianino i ventitré scalmanati mi diedero tregua per un’oretta. Usai le storie in cambio del loro silenzio. Un baratto per la mia sopravvivenza. Alla fine vinsi, li conquistai e da allora non ho smesso di raccontare storie e di usare i libri come armi. Armi per vincere l’ignoranza, per emozionarli, per instillare il piacere della conoscenza.

Da quel dì è trascorso qualche lustro e di battaglie ne ho combattuto e ne continuo a combattere ogni anno quando mi si schiera l’esercito di alunni e dietro di loro genitori, nonni e parenti fino al terzo grado. È una lotta impari ma ormai conosco l’arte bellica e non mi lascio prendere alla sprovvista. In passato qualche stoccata mi è  stata  inflitta   ma per fortuna non è stata mortale, come quella volta che fui chiamata con urgenza dal collaboratore perché una madre aveva urgenza di parlare con me. Giunsi preoccupata al piano terra e la signora visibilmente adirata, parlo così: “ Professoré, lei a me figghiu mu fa nesciri pazzu, mu fa cadiri malato cu tutti si pagini di storia, io la denunciu”. Non ebbi modo di rispondere che lei già si era girata sui suoi tacchi vertiginosamente alti, fasciata nei suoi jeans rigorosamente attillati e sazia di avermi lasciato senza parole andò via certa di avermi dato una bella lezione. Rimasi basita, lo ammetto; girai sui miei tacchi vergognosamente bassi, dentro i miei pantaloni irrimediabilmente sformati, e inforcai le scale, desiderosa di far luce con il ragazzo il mistero di quell’attacco. Fu presto chiaro che l’alunno aveva trascurato la storia da tempo e che la madre aveva sacrificato il tè  dalle amiche  e che io ero la colpevole.

Di soddisfazioni e di attestazioni di stima e affetto, tuttavia, ne ho avuto e anche parecchie. L’ultima in ordine di tempo è giunta da un’alunna che, conoscendo la mia passione per Baricco, è andata alla presentazione del suo ultimo libro a Catania, ha atteso più di un’ora in fila per entrare, ha aspettato che finisse l’intervista, ha comprato il libro, ha rifatto la fila per avere l’autografo e la dedica per me, la sua prof, ma la cosa più bella è il piccolo biglietto bianco con una dedica speciale e con dentro tutto il suo cuore. Un gesto che mi ha reso felice e orgogliosa di essere una professoressa, di amare i libri e di contagiare i ragazzi e la forza di non desistere nonostante le difficoltà e le stilettate che arrivano da chi la scuola la vive dal di fuori. Chi è dentro, lo sa, che la scuola è tutta un’altra storia.

Tania Barcellona

One Comment

  1. AMICO NUNZIO GIUSEPPE 8 settembre 2019 at 11:03 - Reply

    No comment.. e come si fà a non commentare.Vabbe prof Lei monostante che può essere mia figlia mi ha riportato indietro indietro..negli anni quaranta quando andavo a scuola con il grembiule prima bianco e poi rigorosamente nero.Indietro quando facevo a pugni con i miei nuovi, esatto ogni primo giorno erano cazzotti per vedere chi era il più forte, indietro quando guardavamo le insegnanti di “primo pelo” se erano graziose o belle o sex e i più vastasi facevano commenti a denti stretti.Poi , dopo la scoperta di chi ci avrebbe indirizzato , insegnato.Comunque tirando la somma le miei insegnanti femmine donne, erano vecchie brutte zitelle pelose ed incipriate, eccetto un paio quelle di lingue, di Francese che era sbadata e si aggiustava le calze ,allora erano con le righe, e quella di inglese .. che era una graziosa pupetta, come Lei.

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