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Intrigo perugino per screditare Savonarola

di | 2019-01-23T13:18:20+01:00 27-1-2019 6:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti
PERUGIA – Girolamo Savonarola (1452-1498), il frate domenicano morto impiccato e poi bruciato sul rogo, quale “eretico scismatico” e “per aver predicato cose nove” in piazza della Signoria a Firenze, un anno prima della sua tragica fine fu vittima di una congiura partita da Perugia. Un intrigo organizzato per rendere la sua figura più debole in città in una fase storica, tra l’altro, in cui il partito filo-francese che lo sosteneva e il governo teocratico della Repubblica nato dalle sue idee, una volta morto Lorenzo il Magnifico e dopo la breve signora di suo figlio, Piero il fatuo, iniziava a trovarsi in difficoltà.
Ideatore di questa odiosa trama – secondo molti storici – sarebbe stato Cesare Borgia (nella foto sotto a destra), detto il Valentino, che utilizzò un falsario e si giovò della complicità del cardinale Juan Lopez, suo conterraneo originario di Valencia, vescovo di Perugia, per redigere una falsa scomunica indirizzata al frate ferrarese a firma di Papa Alessandro VI, che pare, non fosse stato messo a parte del diabolico piano.
Cesare contava, all’epoca, sulla amicizia dei Baglioni, la casata dominante di Perugia, ed in particolare dell’emergente Giampaolo, con il quale si scontrerà pochi anni più tardi, in seguito alla “congiura di Magione”, ma che sfuggirà alla terribile vendetta del Valentino, che fece strangolare da Michelotto Corella, suo sicario di fiducia, i congiurati Vitellozzo Vitelli di Città di Castello e Oliverotto da Fermo, a Senigallia e altri due, gli Orsini, in un carcere di Città della Pieve. Questo spietato e orrendo “repulisti” dei suoi ex alleati e capitani, venne definito da Nicolò Machiavelli, contemporaneo e grande estimatore del Valentino, “el magnifico inganno”.
Il falso documento papale arrivato a Firenze fu letto in chiesa. Suscitando ovviamente sconcerto tra i Piagnoni, i sostenitori del Savonarola e comprensibile euforia tra i Palleschi o Arrabbiati, il partito filo mediceo. La tensione tra le fazioni aveva amplificato le divergenze tra i domenicani, che avevano la loro sede nel convento di San Marco ed i francescani di Santa Croce, tanto che i contrapposti schieramenti erano arrivati a progettare un giudizio di Dio: la prova del fuoco. Chi avesse superato l’ordalia sarebbe stato nel giusto e protetto da Dio.
Sulla piazza, davanti alla Loggia dei Lanzi, venne innalzato un palco di mattoni crudi per accendervi sopra un’enorme falò sul quale, a piedi nudi, gli “sfidanti” avrebbero dovuto camminare. Fra’ Domenico Fattoraccio si era candidato a rappresentare Savonarola, frate Francesco di Puglia e frate Giuliano, invece, i poverelli. Sorse però una disputa perché i primi volevano che il loro alfiere tenesse in mano, durante il percorso sui carboni accesi, l’Ostia consacrata; i francescani replicavano, scandalizzati, che non si poteva fare una cosa del genere. Alla fine di una giornata drammatica, nonostante i tentativi svolti dalle magistrature civili di far consumare la sfida – il popolo si assiepava da ore sulla piazza – i frati rientrarono nei rispettivi conventi. Stava per scoppiare un tumulto, ma una “bomba d’acqua” provvidenziale salvò la situazione. Ma la figura del predicatore perse consensi.
La chiesa di Roma da un paio d’anni teneva sotto controllo il religioso che stigmatizzava, fra l’altro, gli scandali ed il lusso della curia romana, tanto che nell’estate del 1495 il pontefice aveva indirizzato al Savonarola un breve messaggio invitandolo a Roma per discolparsi. Tuttavia il frate, adducendo motivi di salute, non si mosse da Firenze, dove in quel momento godeva di grande sostegno popolare. Raccontano i cronisti dell’epoca che a metà febbraio del 1496 il “profeta” era entrato in duomo seguito da un corteo di ben quindicimila fedeli. Fu in quel momento che il domenicano presentò una legge contro le vesti troppo scollate delle donne e per vietare alle fiorentine acconciature dei capelli particolarmente elaborate. La proposta venne però respinta. Pochi mesi più tardi lanciò i “bruciamenti delle vanità” (tra coloro che portarono le loro cose – gioielli, suppellettili, vestiti, libri mondani, tele – anche il pittore Sandro Botticelli che, abbracciando le tesi del frate, gettò tra le fiamme alcune sue opere).
Quando si scoprì come falso il documento di scomunica redatto a Perugia, il vento politico in Italia e a Firenze stava mutando. La stretta sempre più radicale delle predicazioni del Savonarola alienò al domenicano ancora più simpatie e gli fece perdere credibilità. Nella primavera del 1498 si originarono violenti tumulti tra le fazioni contrapposte. Savonarola pensò di resistere, poi si consegnò alle autorità: venne arrestato con frate Domenico da Pescia e frate Silvestro Maruffi da Firenze. Trascinato all’Alberghetto, sorta di piombi fiorentini, venne interrogato e torturato, con diversi tratti di corda, il fuoco sotto le palme dei piedi, un braccio rotto, steso per ore su un cavalletto. Quindi il processo, e la sentenza capitale. La vigilia dell’Ascensione, il 23 maggio 1498,  la condanna fu eseguita in piazza della Signoria, dopo il rito della sconsacrazione. Prima furono impiccati i suoi confratelli, quindi venne il suo turno. Era vestito di una tunica bianca. I tre cadaveri furono posti sul rogo. Le ceneri gettate in Arno. Il cardinale Juan Lopez pochi mesi più tardi venne nominato arcivescovo metropolita di Capua e l’anno successivo tornò a Perugia col titolo di amministratore apostolico. Morì il 5 agosto 1501 a Roma.
Non vissero molto più a lungo né il pontefice (spirato nel 1503) e neppure suo figlio Cesare Borgia. Il Valentino, che aveva sognato di costruirsi un regno nell’Italia centrale dalla Romagna, alle Marche, all’Umbria (Perugia compresa, dove aveva svolto una parte degli studi universitari e dove, secondo alcuni storici d’arte, aveva posato per un ritratto fattogli del Pinturicchio) fu ammazzato in un agguato a Viana in Spagna, la notte tra l’11 ed 12 marzo 1507. Aveva abbracciato, infatti, la causa del re di Navarra, Giovanni d’Albret, fratello di sua moglie, Carlotta. Quando il cadavere venne ritrovato, dopo qualche ora, si contarono sul corpo massacrato più di venti colpi di picca. Cesare aveva 37 anni. L’inquisizione spagnola ordinò che il corpo venisse sepolto in terra sconsacrata. Solo quarantacinque anni più tardi i resti, collocati in un’urna furono tumulati davanti alla porta principale della chiesa di Santa Maria.
Una ventina di anni fa, per quanto riguarda il Savonarola, è stato aperto dall’allora cardinale di Firenze Silvano Piovanelli, l’iter della beatificazione. La chiesa, col tempo, si sarebbe convinta che il predicatore domenicano non sarebbe stato un eretico, ma solo una vittima dell’intolleranza religiosa e di ciniche e spietate mene politiche.
Elio Clero Bertoldi
Nella foto di copertina, la statua dedicata a Girolamo Savonarola

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