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Il Nepente di Oliena, il vino di D’Annunzio

di | 2020-05-22T20:39:45+02:00 24-5-2020 6:15|Attualità, Enogastronomia, Sezione 4|0 Commenti

OLIENA (Nuoro) – Il nome Nepente deriva dal greco “ne” = non e “penthos” = tristezza, quindi nessuna tristezza. I vigneti del Nepente sono coltivati nel comune di Oliena, le cui campagne sono contraddistinte da terreno di composizione granitica. Sembra quasi un sabbione, originato dal disfacimento delle montagne circondanti il comune, come il Corrasi, monte che svetta a pochi chilometri dal centro barbaricino. È un territorio capace di dare mineralità, freschezza e finezza ai vini, e a questo va ad aggiungersi un clima mite, contraddistinto da buone escursioni termiche tra il giorno e la notte, ottimale per la produzione di vini dal buon corredo aromatico. La forma di allevamento del Nepente più diffusa è quella tradizionale ad alberello. I vigneti non irrigati sono coltivati su terreni di medio impasto e fortemente soleggiati.

Nella prima settimana di ottobre, dopo la raccolta delle uve, queste vengono portate in cantina e qui sottoposte alla selezione e alla diraspapigiatura. Scelte le uve ritenute più adatte, esse vengono avviate alla vinificazione attraverso il processo di macerazione delle vinacce nel mosto per dieci-dodici giorni ad una temperatura di circa 25° C. I vinificatori, attraverso frequenti rimontaggi e delestagè, assicurano l’estrazione del colore e dei composti nobili contenuti negli acini. Solo una volta ultimata la vinificazione, il Nepente di Oliena matura in vasche di cemento e di acciaio a temperatura controllata, senza perdere il proprio carattere fruttato. Il Nepente si presenta di colore rosso rubino luminoso, molto sostanzioso e screziato da riflessi violacei. Al profumo svela sensazioni intense ed accattivanti di piccoli frutti rossi e di ciliegia, impreziosite da sfumature di rosa e di viola, di rovo agreste, e di spezie leggere ma intense come il pepe verde. Alla degustazione il Nepente di Oliena risulta un vino pieno e strutturato, caldo e abbastanza morbido, vivificato da una decisa freschezza e da aromi fini e di grande persistenza.

Si abbina facilmente con piatti di una certa struttura, sia primi sia secondi di carne. Un primo umido tipicamente barbaricino è il filindeus cotto nel brodo di pecora, particolarissima tipologia di pasta molto fine stirata completamente a mano, oppure le frattaglie, la coratella con le cipolle, o la lingua di manzo in salmì. Ma il paradiso del gusto e del piacere lo si ottiene abbinando il Nepente al classico “porcetto”, il maialetto da latte arrostito sullo spiedo e aromatizzato dalle frasche di mirto, o ai formaggi ovini e vaccini freschi o semistagionati.

Nella mitologia greca, il nepente era un farmaco che leniva i dolori. Il suo nome è presente in un unico passo dell’Odissea di Omero. Ma il “nostro” Nepente olianese è legato a un grande poeta della letteratura italiana che portò con sé, dopo un breve soggiorno nell’isola, il ricordo del suo gradevolissimo profumo e del suo corposo e piacevole sapore. Nel 1909, Gabriele D’Annunzio, scrivendo la presentazione di una guida alle Osterie d’Italia di Hans Bart, scrisse un famosissimo elogio del Nepente. Questo elogio prendeva spunto da un viaggio in Sardegna fatto in età giovanile in compagnia degli scrittori Edoardo Scarfoglio e Cesare Pescarella.

In questo viaggio fu ospite di una famiglia del paese che tra le tante leccornie tipiche del luogo gli fecero conoscere anche questo vino particolarmente fruttato. Gabriele D’annunzio ebbe certamente modo di conoscere l’Isola dei Sardi e di esprimere in più di un’occasione il plauso alla fierezza delle sue genti. Accolto in una casa di Oliena fu apprezzato non già per la sua fama, ma per il ricordo del suo ospitale padre, che negli Antichi Abruzzi aveva dato riparo e protezione ad un antico Sardo che nella sua terra ne rivedeva il celebrato figlio.

Bevvero insieme, bevvero Nepente e D’Annunzio non lo dimenticò. Non poté pertanto non celebrare nei suoi scritti l’ospitalità ricevuta né tantomeno tessere le lodi del Nepente, e promise all’amico Hans Bart, profondo conoscitore dei vini italiani, se gli avesse fatto visita “…di sacrificare alla vostra sete un boccione d’olente vino d’Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice…”. Questo scritto gli diede lo spunto, il 15 febbraio 1910, anche per scrivere un articolo sul Corriere della Sera, intitolato “Un itinerario bacchico“. Nell’articolo D’Annunzio diceva che essendo lui acquatile (astemio) non avrebbe di certo potuto dare al Barth notizie delle taverne pisane, ma il poeta, seppure astemio, si era innamorato del profumo inebriante del Nepente tanto da chiedere che alla sua morte il suo corpo venisse lavato con quel vino e venisse poi seppellito all’ombra di una pianta di vite ad attendere il Giorno del Giudizio. Questo in realtà non è mai accaduto, ma il ricordo del piacevole incontro tra il poeta e il vino olianese continua a vivere negli splendidi versi composti a Marina di Pisa nel 1909 dal Vate D’annunzio. “A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito ultimamente. Il Sire Iddio ti dona a me, perché i piaceri del mio spirito e del mio corpo sieno inimitabili. Possa tu senza tregua fluire dal quarteruolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule. Possa io fino all’ultimo respiro rallegrarmi dell’odor tuo, e del tuo colore avere il mio naso per sempre vermiglio. E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te sia lavata la mia spoglia, e di pampani avvolta, e colcata in terra a pie’ d’una vite grave di grappoli; che miglior sede non v’ha per attendere il Giorno del Giudizio”.

Virginia Mariane

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