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Mamme a Forcella, teatro come terapia

di | 2019-04-15T01:19:21+02:00 14-4-2019 6:00|Attualità, Sezione 1, Spettacolo|0 Commenti

NAPOLI –  Un gruppo di donne in scena, sono le donne di Forcella che si raccontano in un laboratorio teatrale che diventa per loro terapia di gruppo. Un riscatto di donne alla ricerca di se stesse per riconquistare un loro spazio, un loro posto al mondo. L’ultimo spettacolo “In carne ed ossa” nel complesso monumentale della Santissima Annunziata a Napoli. Una location ideale per raccontare gravidanze, madri, parti, nascite: sono storie autobiografiche. Sono le nascite di Amelia Patierno, Anna Liguori, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Ida Pollice, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rosetta Lima, Rossella Cascone, Susy Cerasuolo, Susy Martino, Tina Esposito.

Uno spettacolo di donne che parla di donne e maternità, ideato e curato da Marina Rippa per femminile plurale. “Pe’ devozione”, “Donne con la folla nel cuore” a Toledo, “Lo splendore di un regno”, “Vado via” sono alcuni degli spettacoli realizzati da questa compagnia speciale composte da donne che hanno vite intrecciate da vissuti comuni e da un luogo di origine comune: Forcella; insieme sono accomunate da questa esperienza che le ha negli anni cambiate. Questo laboratorio ha il sapore di un serio impegno sociale. Sì, perché è dalle donne che si deve partire per cambiare la mentalità di un’intera famiglia, dei figli, dei ragazzi che ritroviamo a scuola e di un luogo a rischio. Ed allora il teatro è terapeutico, accresce l’autostima e la consapevolezza del proprio valore. È questo che racconta una protagonista, una delle donne in scena: Melina De Luca (nella foto in alto, a destra).

Come ha avuto inizio tutto questo?

Marina Rippa già seguiva un gruppo di donne al Trianon, poi l’allora preside della scuola di mio figlio fece un progetto per le mamme: sono passati 11 anni. Tutto è partito da un fogliettino che mio figlio Gaetano portò a casa dove si invitavano le mamme a far parte di un progetto di teatro. La scuola era la Ristori:  ho partecipato per curiosità”.

Conosceva già il teatro?

“Non sapevo nulla del teatro se non per averlo visto in TV. Da allora è iniziata questa avventura che oggi coinvolge me e i miei figli. All’inizio mio padre soprattutto e mio marito, allora ero ancora sposata, erano contrari al fatto che io uscissi di casa. All’inizio alle prove c’erano pure le baby sitter, per cui andavo con i miei figli e nonostante mio padre fosse contrario pian pano se ne è fatto una ragione perché io non ci ho rinunciato, era una cosa mia che mi faceva e mi fa stare bene. Il gruppo è diventato una famiglia, le altre mamme le conoscevo di vista, siamo dello stesso quartiere, ma non ci frequentavamo. Con il teatro questa unione è diventata forte e come in famiglia litighiamo anche tanto, ma abbiamo imparato a volerci bene tra noi e soprattutto a voler bene a noi stesse e a prenderci lo spazio che ci spetta. Non per questo siamo mamme, figlie o mogli, anzi è tutto più bello anche il rapporto con i nostri cari”.

Venite tutte dallo stesso quartiere?

“Siamo cresciute insieme in questi anni, abbiamo portato avanti i nostri spettacoli che parlano di noi e loro parlano a noi e noi ci riconosciamo come donne di valore e valori. Ci siamo acculturate, non conoscevo Caravaggio, Artemisia, la bellezza dei quadri; al palazzo Zevallos abbiamo rappresentato quadri, le nature morte. Ho imparato la bellezza dell’Arte e tante cose che non conoscevo; adesso quando parlo con i miei figli conosco le cose, la cultura è tutto e ti fa amare le cose belle della vita”.

Come va avanti il progetto teatrale?

“Il vero problema per Marina e per noi è trovare spazi e finanziamenti per continuare. Marina ha fatto tanti sacrifici per tenerci e pure noi. Un anno siamo state ferme e per noi è stato impossibile. Ora proviamo a Forcella in Piazza Bella Piazza”.

Come hanno visto questa iniziativa le altre donne di Forcella?

“Non bene, non era capito, ci criticavano. ‘Tien tiemp a perdere… che so sti scemità’… così pure a casa la mia famiglia considerava il teatro tra le cose inutili; io invece all’inizio ridevo sempre, forse ero imbarazzata, ma vedevo tutto ridicolo, Marina ha lavorato molto sulla mia risata che poi è rimasta una mia caratteristica quando recito”.

In cosa vi ha cambiato il teatro, se vi ha cambiato?

“Ogni anno ha cambiato qualcosa in noi fino ad oggi. Abbiamo portato i nostri spettacoli alle rassegne teatrali, per la prima volta abbiamo viaggiato da sole per alcuni giorni, dormito fuori, lontano dalle famiglie; ho recuperato l’entusiasmo e tutto quello che non ho potuto fare da ragazza. Sposata a 22 anni e subito i due figli e una casa e un padre vedovo da accudire. Per carattere sono una gioiosa, fuori facciamo tanti scherzi di notte, torniamo ragazzine felici. Personalmente il teatro mi ha permesso di uscire di casa confrontami con altre realtà. Mi ha dato la forza di separarmi da mio marito per esempio, ho cominciato a lavorare, ho imparato ad essere indipendente. Ho cercato di migliorare, non perché provenissi da una famiglia di Forcella con problemi, ma ho guardato avanti, ho preso la terza media, ho fatto diversi lavori ed esperienze; dalla segretaria ad insegnare cucito agli extracomunitari; ho fatto il corso di imprenditoria femminile, ho fatto tanti corsi come quello della sana cucina per i bambini. Tante cose che io non sapevo nemmeno esistessero perché nella mia famiglia c’è la mentalità che ‘a femmina nun adda’ faticà’. Invece il mio riscatto è stato importante anche per i miei figli maschi. Sono cresciuta io e sono cresciuti loro; adesso rispettano i miei orari, compreso mio padre. Anche lui col tempo ha cambiato idea… Ho rinunciato pure ad un lavoro per non saltare le prove, per me 100 euro sono importanti per la famiglia, ma preferisco sacrificare altre cose ma non rinunciare al teatro. Non voglio più rinunciare a me stessa”.

Un percorso di vita, insomma.

“Io sono figlia unica e incontrare loro è stato un sollievo. Io lo chiamo centro di recupero. Un centro di alcolisti anonimi nel senso che ci apriamo, ci confrontiamo. Tra di noi ci supportiamo; il problema di una è il problema di tutte. Un segreto rimane là. I nostri figli sono cresciuti insieme ed è un percorso che non finisce. Prima avevo paura di tutto, ero ansiosa, non volevo staccarmi dai miei figli pure per mandarli a scuola e sono cambiata, adesso sono più sicura di me e delle mie possibilità. Ho cambiato anche i modi verso gli insegnanti dei miei figli, adesso c’è più rispetto e affidabilità. Adesso ci tengo che i miei figli possano studiare per crearsi un futuro. Sono riuscita a lasciare mio marito e a ricostruirmi una vita con i miei figli che oggi mi appoggiano, mi aiutano in casa, mi amano e mi rispettano e ci tengono che io vada al teatro. Vengono a vedere tutti i miei spettacoli e anche le prove, il più piccolo mi aiuta ad imparare le parti. Prima vivevo solo per loro, mi annullavo, avevo il senso di colpa di lasciarli, ma poi ho capito che conta la qualità del tempo che trascorro con loro che è migliore se sono felice, se mi vedono contenta. Adesso ho un compagno, una persona perbene ma ognuno vive a casa propria, non intendo sposarmi di nuovo, sto bene da sola, sono indipendente e sto a casa mia con i miei figli. Lui è affettuoso, ci sentiamo ogni giorno è importante per me e i miei figli”. 

Come nasce lo spettacolo?

“Ci incontriamo due volte a settimana per 4 ore e Marina ci fa parlare, ci raccontiamo e la nostra vita diventa magicamente spettacolo da rappresentare; la gente si diverte, anche se raccontiamo la vita dura abbiamo imparato ad usare l’ironia e a farlo diventare divertente. Ridiamo molto, io rido sempre e questo modo di ridere è entrato nei miei personaggi”.

Curate ancora più i costumi: eravate bellissime in nero e beige e le scarpe tutte uguali, lucide, eleganti. C’è una luce particolare nei vostri occhi… Si vede che siete vere, viene fuori la vostra verità.

“Nello spettacolo Vado Via, raccontavamo dove andare, chi volevamo lasciare. Tutte le nostre paure le mettiamo in scena e spariscono, lì fanno ridere ma a casa sono enormi. Il teatro è terapia e ci fa stare bene. Quest’anno entreremo nella rassegna Napoli Teatro Festival: è molto importante per noi. Sarà un’esperienza esaltante”.

Angela Ristaldo

Nella foto di copertina, una scena dello spettacolo “In carne e ossa”

Sono un’insegnante di scuola primaria, laureata in lingue, da anni mi occupo del giornale scolastico con un gruppo misto di alunni dai 10 ai 13 anni. Vivo a Napoli ed insegno in una scuola cosiddetta ‘a rischio’; ma ritengo che l’unico rischio che si corre sia non educare alla bellezza e al positivo che c’è ovunque. Amante dell’ Arte e curiosa della realtà che ci circonda.

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