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Educare e istruire: quanta (bella) fatica

di | 2018-04-07T12:17:30+02:00 8-4-2018 6:40|Attualità, Cultura, Sezione 8|0 Commenti

POGGIBONSI – All’Iis “Roncalli” di Poggibonsi, gradita visita del professor Corrado Bologna, filologo ed ordinario di Letterature romanze e medievali alla Scuola Normale di Pisa, per tenere una lezione sul tema “Dante e il Novecento”.

Evento è la parola giusta per definire l’incontro con il professor Bologna, perché si è trattato di un appuntamento davvero da ricordare. La teoria e la pratica dell’insegnamento (la didattica, insomma) non è cosa semplice e chi quotidianamente ne fa l’esperienza lo può ben capire. Educare i giovani è compito arduo oltre che interessante.  “Educare”, infatti, significa nell’accezione latina “trarre fuori, condurre”; in altri termini, vuol dire far scaturire dall’interno le conoscenze e soprattutto la curiosità di sapere le cose che passano, necessariamente, dai bisogni e dalle esperienze dirette dell’allievo (Rousseau nel suo “Emilio” ce ne dà un esempio).

Tecnicamente la didattica può seguire strategie diverse che però integrano, sempre, elementi qualitativi e quantitativi con una pluralità di metodi. Ciò che si può apprendere può essere costituito da nozioni e conoscenze (know what, come dicono gli inglesi) ;capacità e abilità (know how); significati e valori (know why). Il professor Bologna ha saputo, abilmente, far leva su tutto questo, trasmettendo conoscenze significative e valori e suscitando in chi lo ascoltava una particolare sensibilità verso la necessaria acquisizione dell’anglosassone know how.

Non è facile parlando di letteratura, e in particolare di Dante Alighieri, catturare e mantenere per oltre un’ora l’attenzione e l’interesse degli adolescenti. In Aula Magna erano presenti sei classi, c’erano alunni di terza e di quarta ma anche di seconda; quindi, l’età degli ascoltatori era diversa, come diversa era la loro “formazione scolastica”; eppure il docente è riuscito a catturare l’interesse di tutti. Chi scrive non è rimasta “incantata” soltanto dalla profondità dell’analisi delle opere del sommo poeta attraverso il confronto con autori del calibro di Pound, Eliot, Ungaretti o Primo Levi; ma è rimasta stupefatta dalla partecipazione consapevole degli studenti. Certamente il professore non ha bisogno di essere elogiato e chi scrive non nemmeno titoli particolari per farlo, tuttavia ritiene che la trasmissione della cultura ai giovani sia prioritaria, oggi più di sempre, poiché la nostra società sta perdendo, o forse ha già perso, i valori e i principi indispensabili per la formazione di persone, non individui, consapevolmente libere e autonome.

L’educazione, o per meglio dire l’educare (ex-ducere, trarre fuori) è fondamentale per tutti, soprattutto per i più giovani. Il “far venire alla luce qualcosa che è nascosto” è fondamentale e l’istruire (“in-struere”, cioè il portare dentro qualcosa, vale a dire le nozioni) il secondo passo necessario, lo è altrettanto, innegabilmente. Chi è, dunque, il buon insegnante? È colui che dà spazio alla necessità di istruire, oppure chi è capace di trarre fuori ciò che è nascosto nella mente del proprio allievo? Forse la risposta è banale, ma certamente non scontata. C’è bisogno di educatori, di maestri insomma, come il professor Corrado Bologna, che sappiano suscitare la curiosità per il sapere e sappiano tirar fuori dai propri studenti le persone mature e consapevoli che essi “sono dentro” perché il mondo necessita di uomini e di donne che partecipino attivamente al suo sviluppo, non di individui che lo “subiscano”.

Patrizia Davini

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