//Con la caccia cresce il rischio Covid 19

Con la caccia cresce il rischio Covid 19

di | 2020-09-27T07:05:48+02:00 27-9-2020 7:07|Controluce|0 Commenti

Domenica 20 settembre si è aperta ufficialmente la stagione venatoria e quest’anno più che mai si alzano forti le voci di chi si dichiara contro la pratica della caccia e per la sua abolizione. Anno 2020, anno del Covid 19 e della pandemia: c’è un motivo in più per combattere i discepoli della doppietta. C’è anche la Lav, l’associazione animalista contro la vivisezione, a mostrare tutte le proprie preoccupazioni riportando le dichiarazioni dell’americano Peter Daszak (nella foto a destra), presidente della EcoHealth Alliance, che da 15 anni collabora con il laboratorio di Wuhan per le principali ricerche sui coronavirus.
“Il problema non è tanto mangiare gli animali selvatici quanto cacciarli, catturarli, ucciderli, tagliarli a pezzi”.
E’ lo stesso scienziato che nel luglio scorso in un’intervista al The Guardian affermava che “ogni pandemia prende il via da un’attività umana all’apparenza non pericolosa in sé, ma la caccia riguarda uccelli e mammiferi, animali tra i quali è stimato si annidino 1,7 milioni di virus diversi, dei quali meno dello 0,1% è conosciuto”.
Alla Lav non hanno dubbi: “Ogni anno questi virus si diffondono tra milioni di persone che in gran parte non riportano sintomi evidenti ma è chiaro che con un numero così alto di virus in circolazione ne possano essere compresi anche alcuni molto più pericolosi”. “Se prima che gli esseri umani scoprissero l’agricoltura – ha aggiunto Daszak – il virus che infettava un cacciatore poteva diffondersi al massimo all’interno della sua famiglia o del suo gruppo di cacciatori, oggigiorno i rischi sono enormemente accresciuti a causa del nostro stile di vita, dei nostri spostamenti e dell’estrema diffusione dell’uomo in qualsiasi angolo del Pianeta, unita anche alle pesanti ripercussioni delle nostre attività sugli habitat”.
Quindi, sempre secondo la Lav, “la caccia si conferma come un’attività ad alto rischio, un motivo in più per vietarla definitivamente, anche perché si tratta di un sanguinario passatempo”.
Il numero dei cacciatori italiani è in costante diminuzione, attualmente sono circa 700 mila e rappresentano poco più dell’uno per cento della popolazione.
Secondo i dati dell’Istat e di Federcaccia nel 1980 erano 1.701.853, il 3 per cento dell’allora popolazione italiana, nel 1990 meno di un milione e mezzo e dieci anni più tardi erano scesi a 801.835. Un declino inarrestabile. C’è da dire anche che per quanto riguarda le licenze di caccia si sospetta che non tutte siano richieste per esercitare la caccia bensì molte vengano utilizzate a fini prettamente sportivi se non addirittura per difesa personale.
Inoltre i cacciatori stanno invecchiando. Le statistiche dicono che l’età media dei seguaci della dea Diana è salita e oggi tocca i 70-80 anni. Comunque secondo recenti sondaggi otto italiani su dieci si dichiarano contrari alla caccia.
Si stima che annualmente in Italia nel corso della stagione venatoria vengano uccisi circa 150 milioni di animali. Un motivo, questo, per non considerarla “sostenibile”. Più chiari i dati relativi alle persone uccise e ferite durante la pratica venatoria, dati che evidenziano un gravissimo problema di pubblica sicurezza. Secondo l’associazione per le vittime dalla caccia, infatti, dal 2007 a oggi in Italia sono morte oltre mille persone. Un numero che a detta di animalisti ed ecologisti non giustifica questo cosiddetto hobby anacronistico e sanguinario.
Ma c’è di più. Appare assurdo ma in Italia una persona armata ha più diritti di una pacifica. L’articolo 842 del Codice civile permette infatti ai cacciatori di accedere ai fondi privati a prescindere dalla volontà del proprietario. Quindi il cacciatore che imbraccia un fucile può entrare in un terreno altrui anche senza il consenso del proprietario. Per impedire che ciò avvenga, quest’ultimo è costretto a erigere una recinzione nelle misure previste dalla legge, costose e che non tutti possono permettersi.
La caccia, insieme all’antropizzazione, alla perdita di habitat e all’inquinamento, rappresenta una seria minaccia per la biodiversità (e per i cittadini) del nostro Paese. Nel corso della storia diverse specie si sono estinte anche a causa della pressione venatoria, oggi però a essere a rischio di estinzione sono, anche e finalmente, i cacciatori.

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