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Perché si ha così paura di essere felice?

di | 2019-02-10T08:09:31+01:00 10-2-2019 6:15|Attualità, Sezione 4|0 Commenti
VITERBO – È di queste settimane la notizia che è in rete un video che ha collezionato un numero incredibile di visualizzazioni su YouTube. Si tratta di un brano musicale interpretato da una giovane cantautrice romana diciassettenne, Martina Attili, dal titolo significativo: “Cherofobia”, una parola sconosciuta ai più e la cui spiegazione si evince ascoltando il brano o leggendo il testo della canzone. “Questa è la mia cherofobia. No, non è negatività: questa è la mia cherofobia. Fa paura la felicità”. Ma che cos’è nello specifico la cherofobia? La parola deriva dal greco antico chairo “rallegrarsi” e phobia “paura” e  indica una forma d’ansia che induce a temere i momenti positivi poiché questi potrebbero finire da un momento all’altro. In pratica, un cherofobico è una persona che ha paura di affrontare una situazione che potrebbe dargli benessere perché è spaventata dal fatto che, se qualcosa non dovesse andare nel verso giusto, il rischio da correre sarebbe quello di  trovarsi in una condizione di tristezza o di maggior tristezza rispetto a prima. La cosa che più colpisce è che sia una giovanissima a parlare di un tale argomento attraverso il suo brano. Infatti sembra che ad essere colpiti da questo “disturbo” o “disagio” siano prevalentemente i giovani o  giovanissimi così come evidenziato dalla cantautrice nel testo della sua canzone. Sicuramente le nuove generazioni per vari motivi, come l’incertezza del futuro o la spettacolarizzazione della vita privata attraverso i social, sono portate a misurare il valore della propria vita o di sé stessi attraverso il numero di like che  ricevono. Insomma sembrerebbe che i nostri ragazzi subiscano più pressioni psicologiche rispetto ai giovani di un tempo non sentendosi, a volte, all’altezza delle aspettative condizionati dalla paura che anche un’esperienza apparentemente positiva possa poi trasformarsi in una delusione se non addirittura in un dolore. Chi è affetto da questo disturbo non si caratterizza per essere triste o schivo nei confronti delle altre persone, in genere sono persone tranquille che però evitano qualsiasi opportunità di essere felici per la paura di dover soffrire nel momento in cui la felicità dovesse finire. Preferiscono la tranquillità della loro sfera emotiva fatta di tranquillità ed assenza di emozioni. Al momento, la cherofobia non è riconosciuta dalla comunità scientifica come un disturbo psicologico pertanto viene considerata come un atteggiamento mentale la cui origine può derivare da qualche trauma infantile. Ovviamente è possibile, tramite una terapia da affrontare con l’aiuto di specialisti, andare a cercare le ragioni del disagio provando così a scardinare il meccanismo mentale che impedisce di godere dei momenti belli della vita. Ma che cos’è poi la felicità? Nel corso dei secoli, i maggiori filosofi hanno cercato, con le loro riflessioni, di dare una risposta a questa domanda. Secondo Socrate la felicità può coincidere con una ricerca continua di se stessi e della verità. Per Platone l’uomo che ha adempiuto ai suoi obblighi istituzionali operando per il bene e l’armonia dello Stato troverà felicità più in ciò che ha realizzato che non nel possesso di beni materiali. Per Aristotele felicità è, più che uno stato concreto, uno stile di vita la cui caratteristica è quella di allenare e potenziare le migliori qualità che ogni essere umano possiede. Bisogna coltivare la prudenza del carattere ed avere un buon “daimon” ovvero una buona fortuna o sorte per arrivare alla felicità piena. Epicuro invece postulò il principio secondo il quale l’equilibrio e la temperanza danno luogo alla felicità.  Nietzsche riteneva che il vivere tranquillamente e senza preoccupazioni fosse il desiderio delle persone mediocri ed oppone il concetto di benessere a quello di felicità. Benessere vuol dire “stare bene” grazie a circostante favorevoli o alla buona fortuna ma è una condizione effimera che in un qualsiasi momento può finire: secondo il filosofo altro non è che uno “stato ideale di pigrizia” mentre la felicità è forza vitale ed è l’affermazione di sé, essere felici significa quindi essere capaci di provare forza vitale attraverso il superamento delle avversità e la creazione di modelli di vita originali. Secondo un altro filosofo, José Ortega y Gasset, si raggiunge la felicità quando la “vita proiettata” e la “vita affettiva” coincidono ovvero quando c’è corrispondenza fra ciò che desideriamo essere e ciò che in realtà siamo. Ed infine Slavoj Zizek  ritiene che la felicità sia una questione di opinione e non di verità: “Il problema è che non sappiamo ciò che vogliamo davvero. Quello che ci rende felici è non avere quello che vogliamo ma sognarlo”. La scelta delle linee di pensiero a cui aderire o da cui dissentire è vasta ed ovviamente non si ferma certo a quelle citate. Tutte però aiutano a riflettere sul significato concettuale del termine e al di là delle risposte che si cercano o che si danno l’importante è non rinunciare mai per nessun motivo ad essere felici. Per poco o per tanto  ed anche a costo di qualche delusione perché la vita è fatta di alti e bassi ed anche di contraddizioni. Certo la felicità è una parola grossa che fa pensare a chissà cosa e che induce molte aspettative ma a volte la felicità è breve ed è fatta anche di piccole cose,  può durare momenti a volte può durare una vita ma non bisogna aver paura provarla per una o più volte. La gioia ed il dolore sono emozioni naturali insite in ogni essere umano e la capacità di riuscire al più presto a gestirle consente di trovare nel tempo il giusto equilibrio per affrontare la vita e per viverla in tutta la gamma delle sue innumerevoli sfaccettature.  

Silvia Fornari

  Nella foto di copertina, la giovane cantautrice Martina Attili

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