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Auguri, Camilleri: illustre “cantastorie”

di | 2018-09-08T12:16:18+02:00 9-9-2018 6:05|Cultura, Personaggi, Sezione 2|0 Commenti
PALERMO –  Tanti auguri e torta con 93 candeline per il recente compleanno di Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle, vicino Agrigento, il 6 settembre del 1925. Lo scrittore siciliano non ha certamente bisogno di presentazioni: già sceneggiatore, regista televisivo e docente di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica, pubblica i suoi primi romanzi Il corso delle cose e Un filo di fumo rispettivamente nel 1978 e nel 1980. Ma il grande successo arriva alla fine degli anni ’90, con la pubblicazione dei romanzi polizieschi La forma dell’acqua e Il cane di terracotta che hanno come protagonista il commissario Montalbano, portato poi in televisione dall’attore Luca Zingaretti. Qual è il segreto narrativo di un autore che ha scritto più di un centinaio di opere ed è stato tradotto in 126 lingue diverse? Intanto Camilleri è l’inventore di una lingua particolare, commista di italiano e dialetto siciliano, una lingua “bastarda” per dirla con l’autore, dotata di una potente forza espressiva. Nel dialogo con lo scrittore Antonio Manzini, durante la manifestazione “Una marina di libri”, tenutasi a Palermo a inizio giugno 2015, Camilleri confidava che nella sua prosa l’andirivieni tra dialetto siciliano e italiano è dovuto alla ricerca continua della parola che “sia la cosa che dico, che abbia il peso di ciò che sta raccontando. Se racconto un fatto di sangue, la parola deve avere il peso del sangue”. Inoltre, sempre in quell’occasione, lo scrittore sottolineava che i suoi romanzi obbediscono a delle regole, a una loro “musica interiore”: “Per un romanzo del commissario Montalbano bastano diciotto capitoli, di dieci pagine ciascuno. Un romanzo ben congegnato sta in 180 pagine. Tutti i miei racconti sono invece di 24 pagine, suddivisi in 4 capitoli di 6 pagine ciascuno. Se non sento questa misura, che è come quella che sente chi scrive un sonetto, se non avverto questo ritmo formale e compiuto, vuol dire che qualcosa non va. Significa che c’è un ingorgo o un eccesso o una caduta di ritmo. Perché anche un romanzo o un racconto obbediscono a certe regole metriche e matematiche, proprio come la poesia”. A Manzini che gli chiedeva poi se amasse di più i suoi romanzi polizieschi o quelli storici, come La concessione del telefono e Il re di Girgenti (“Chi è la moglie e chi è l’amante?”, celiava l’intervistatore), Camilleri rispondeva di considerare la stesura dei vari Montalbano “un’amante noiosa” e il commissario “una sorta di schifoso ricattatore”, capace però di fare da volano a tutta la sua produzione,  dichiarando di “essere sposato con i romanzi storici”. Aggiungeva poi di essersi divertito a inserire nel romanzo Il re di Girgenti una serie di documenti storici falsi scritti di suo pugno, grazie alla libertà concessa agli scrittori, lasciando alla moglie Rosetta il piacere e l’onore di vergare i falsi in latino. Il grande critico letterario Carlo Bo ha scritto anni fa che i libri di Camilleri hanno occupato uno spazio vacante in Italia: quello della scrittura di intrattenimento medio-alto. Ma lo scrittore continua a definirsi semplicemente un “cantastorie” e paragona i suoi libri non a “Cattedrali di Notre Dame de Paris, ma a piccole, meravigliose, godibilissime chiese di campagna”. Senza di esse però, caro Camilleri, il panorama letterario italiano perderebbe fascino e spessore.

Maria D’Asaro

Nella foto di copertina, un ritratto di Andrea Camilleri  

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