//Un paese vuol dire non essere soli

Un paese vuol dire non essere soli

di | 2018-06-14T11:45:32+02:00 14-6-2018 11:47|Alboscuole|0 Commenti
di ANTONELLO DARINO – Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. L’Italia, Paese dalle mille tradizioni e sfaccettature, è sempre stata caratterizzata dalla presenza di una miriade di piccoli borghi. Questi numerosissimi piccoli paesi sono luoghi caratteristici, hanno singolari tradizioni, sono pieni di storia e unici nel loro genere. Molti di essi sono abbastanza noti, tant’è vero che durante il periodo estivo pullulano di visitatori. Tali minuscole cittadine, che “adornano” lo stivale come gemme piccole ma molto preziose, si trovano ovunque: in montagna, a picco sul mare, oppure su un pendio collinare di origine vulcanica, proprio come Corigliano, borgo dell’alto casertano. A sentir parlare i miei nonni o i vecchietti seduti al bar per la sana e caratteristica partita a carte del pomeriggio, Corigliano deve aver avuto un passato abbastanza felice, forse anche prospero. In tempi lontani era stato il capoluogo del feudo dei Toraldo, casata anticamente molto importante nel nostro territorio, ospitando proprio la residenza (un castello) di un duca di questa famosa famiglia. L’economia del borgo si basava sulla produzione agricola. Questa fonte di sussistenza, insieme a diverse fabbriche presenti nei dintorni, ha permesso al mio paese, fino a circa venti anni fa, di ospitare quasi il triplo della popolazione attuale. Da vent’anni a questa parte, però, a causa della chiusura di diverse industrie del territorio e della mancanza effettiva di reali e concrete opportunità lavorative, Corigliano ha vissuto un vero e proprio costante e veloce spopolamento. Oggi, infatti, a me sembra quasi strano sentire queste testimonianze di tempi passati così positivi e stento a crederci. In effetti, nel mio paese sono rimaste poco più di quattrocento persone, che sono in maggioranza anziane. Purtroppo non ci sono più attività, c’è soltanto un bar con un biliardo e noi ragazzi siamo costretti ad uscire per divertirci. Nonostante tutto ciò, fin da piccolo, non ho mai disprezzato o criticato il luogo in cui vivo. Penso che lo stare bene o male in un luogo non dipenda da quest’ultimo, bensì dal proprio benessere interiore. Se si vive in armonia con se stessi, si può vivere ovunque e apprezzare qualsiasi luogo, perché ovunque c’è del bello. Diventando più maturo mi accorgo, stranamente, che lo spopolamento del mio paese è direttamente proporzionale al legame e all’amore che mi stringe ad esso e mi rendo conto di vivere in un luogo speciale. Vivere in un paese come il mio significa essere immerso nella quiete della natura, significa alzarsi la mattina e prendere il caffè guardando il chiaro Golfo di Gaeta, significa non essere mai solo, conoscere tutti. Vivere in un paese significa aspettare con ansia la festa patronale, giocare con un “Super Santos” per strada senza preoccupazioni. Vivere in un paese come il mio significa restare in piazza la sera dell’ultimo dell’anno per il tradizionale “Buche-Buche” invece d’andare in discoteca, significa mettersi, a Carnevale, su un palco a cantare, senza pensare alle proprie pessime capacità canore, perché le tradizioni vanno preservate e valorizzate. Mio malgrado, tra un paio d’anni, dovrò abbandonare Corigliano, dovrò spostarmi in qualche grande città per continuare i miei studi. Sono consapevole, però, che il luogo in cui sono cresciuto e in cui mi sono formato resterà sempre nel mio cuore e magari, in qualche momento di malinconia, potrò pensare, con nostalgia e rimpianto, proprio a quelle serate passate su un palco a cantare in piazza. Un paese -come afferma Cesare Pavese nel suo romanzo “La luna e i falò” – ci vuole, non fosse per il gusto di andare via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti…”.

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