//Un classico dell’horror: “Pet Sematary” di Stephen King

Un classico dell’horror: “Pet Sematary” di Stephen King

di | 2019-01-11T21:58:39+01:00 11-1-2019 21:15|Alboscuole|0 Commenti
di Giulio Armando Palmieri (classe 2^C) – Libero di scegliere un libro da leggere e amante come sono dei film horror e delle storie inquietanti, in una libreria di un centro commerciale la mia attenzione è stata rapita dalla copertina di un libro scritto nel 1983 da Stephen King, il famoso re del brivido americano, che attualmente vive nel Maine con la moglie Tabitha, anche lei scrittrice di un certo successo. Sapendo che le sue storie sono sempre state dei bestsellers che hanno ispirato registi famosi, come Brian De Palma e Stanley Kubrick,e gli hanno valso anche l’assegnazione della Medal of Arts da parte dell’ex presidente Barack Obama, ho letto l’anticipazione della storia nella parte posteriore della copertina e sono stato colpito dalla frase, volutamente posta in caratteri ingranditi al centro della pagina, del settimanale americano Publishers Weekly,  “Il romanzo più spaventoso che Stephen King abbia mai scritto”. Preso, pagato e letto in poche serate. Innanzitutto, è stato piacevole scoprire la commistione di più svariati temi, trattati con grande maestria. King, contrariamente a quanto molti credono, non è soltanto horror e soprattutto non è un horror scadente, di quelli facilmente riproducibili, come le moderne saghe di vampirismo che non mi hanno mai attratto. Intriga pure il fatto che il narratore è esterno alla vicenda e si esprime sempre al passato, come qualcuno che sa l’epilogo e vuole portare il lettore pian piano a capire il perché di alcune sue tesi su un mistero grande e ancora imperscrutabile quale è la morte. Siamo negli anni ‘80 del ‘900 e Louis Creed, protagonista del racconto, si trasferisce con la moglie Rachel, la piccola Ellie e l’ultimogenito Gage, a Ludlow , nel Maine, in una bella casa, recentemente ristrutturata in stile New England, proprio vicino a un cimitero dove i bambini del posto hanno seppellito per anni i loro animali defunti: cani, gatti, roditori, uccelli e perfino un toro. Qui Louis incontra Jud Crandall, ottantenne saggio e vispo, marito di Norma Crandall, una docile vecchietta colpita dall’artrosi. Tra le due famiglie si viene a creare un rapporto di profonda stima e fiducia e, in particolar modo, tra Jud e Louis, come tra un padre e il proprio figlio. Il primo grande evento drammatico colpisce il lettore sin dai primi capitoli, con la morte di Pascow, studente presso l’istituto dove Louis lavora come medico. Proprio mentre spira tra le sue braccia, il ragazzo pronuncerà delle frasi apparentemente incomprensibili, che colpiranno Louis come una profezia. L’evento darà inizio a una lunga serie di morti spiacevoli, da quella di Norma, a quella del gatto Church, amatissimo dalla piccola Ellie,  a quella del figlioletto Gage. Ma Jud svelerà a Louis il modo per far tornare in vita il gatto e coinvolgerà, suo malgrado, il protagonista in una serie di azioni sciagurate e senza ritorno. Il tema della morte, intrecciato con quello dell’infanzia, della menzogna, del tradimento, con la perdita dei propri affetti e dell’innocenza stessa, ricorre più volte nel romanzo. L’orrore trasuda dalle pagine parallelamente al dolore per la perdita di una persona cara e, se da un lato, King racconta l’impossibilità di rievocare questo dolore nella figura della moglie Rachel, traumatizzata dalla perdita della sorella Zelda, dall’altro descrive con minuzia quel desiderio, quasi morboso, che tutti, almeno una volta, abbiamo provato nel voler “riportare indietro” qualcuno. Si spalanca nella mente il pensiero: io, cosa farei? Lascerei andare la persona amata, anche se solo avessi la possibilità di farla tornare indietro, seppure diversa? All’orrore si sovrappone, lentamente ma inesorabilmente, la follia di chi non può accettare la perdita e si spinge al di là dei confini del bene e del male – e che per questo viene terribilmente punito. Ad una lettura attenta, però, King non offre soltanto soluzioni spiacevoli: ad emergere, infatti, è anche, attraverso le parole dello stesso Jud, l’accettazione della perdita, attraverso la consapevolezza che la morte è, ad ogni modo, la fine delle sofferenze terrene, “il punto in cui il dolore cessa e cominciano i buoni ricordi”.  Ma questa realtà ha poco spazio nella trama generale e prevale l’errore umano. Bisogna riconoscere che lo scrittore è molto bravo a far cadere il lettore in uno stato di turbamento emotivo, le sue descrizioni sono reali e a lungo andare finisci per provare davvero le sensazioni e le emozioni del protagonista. Il finale lascia aperta la porta all’immaginazione di chi legge … la moglie “morta vivente”sarà buona con il marito ormai “vivo morente”, o lui si farà uccidere da lei? Chiudo con una frase di Pascow presa dal romanzo:“ Non andare oltre, dottore, per quanto tu ne senta il bisogno. La barriera non è stata fatta per essere abbattuta”.  

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