//Tra i banchi della scuola italiana manca la vera comprensione. Un vero naufragio interiore. Valentina Pani 5DB Linguistico spagnolo

Tra i banchi della scuola italiana manca la vera comprensione. Un vero naufragio interiore. Valentina Pani 5DB Linguistico spagnolo

di | 2026-06-24T09:00:09+02:00 24-6-2026 9:00|Alboscuole|0 Commenti
Durante i miei pochi anni dietro i banchi scolastici ho visto tanti volti affranti. Tra questi era presente anche il mio. Mi ricordo di persone di ogni genere, come alcune  ragazze che sembravano avere tutto il mondo in mano e poi sono crollate ai piedi di un’organizzazione assente, oppure mi bruciano dentro ancora le lacrime di molti incompresi che cercavano la verità da coloro che ancora non hanno scoperto la propria. Spesso sono stata spettatrice, e nella visione dello spettacolo ci si sente sempre distanti. Ma quando arriva il momento di salire sul palco, nessuno come nella scuola italiana si sente così affranto e insoddisfatto nel prendere il posto dentro la rappresentazione. Non si tratta di piccole valutazioni che riempiono di colore un registro, si tratta di qualcosa che va oltre un mero risultato. Tra i nostri pensieri scorrono immagini disordinate: indisciplina, poca volontà, la grande esigenza di risplendere… eppure l’unica certezza che non si lascia vincere è che, tra i banchi italiani, manca la vera comprensione, quella che non nasce da un dovere implicito o da una regola, ma dal cuore. Forse, un valore troppo remoto per un’era che insegue la rapidità del feedback. Forse ci siamo ridotti solo a delle performance. In tanti si sentono così lontani dai propri scopi, perché possiedono tante maschere quante sono le discipline… e le confondono ogni volta che affrontano un’interrogazione, dimenticando chi sono davvero, sotto il trucco, sotto il copione, sotto il palco che li attende. Riempire uno spazio che non ci valorizza diventa un peso. Rimaniamo intrappolati in scenari costruiti dalle aspettative altrui, che lentamente si trasformano in realtà, facendoci annegare in un mare di rimorsi. Eppure, tra tutte le nozioni apprese nel corso del nostro percorso di studi, qualche battuta dovrebbe trovare il suo respiro… anche se il copione non è mai stato scritto da noi. Ho visto tanti studenti diventare attori senza saperlo. Recitare un ruolo è sempre stata una scelta… eppure i costumi di scena esistono da tempo, cuciti da altri, e ciascuno, prima o poi, è chiamato ad indossarli. Così impariamo che ciò che appare nostro, spesso non lo è, e ciò che scegliamo di fare nasce tra le pieghe di ciò che ci è già stato imposto. Allora gli studenti si perdono, perché possono leggere di sé solo sulla carta, conoscere la loro teoria… senza mai toccare ciò che davvero pulsa nel loro animo. Alcune persone si ostinano a sorridere, a lasciar scorrere la vita… eppure dentro si consumano, consapevoli che quel volto di porcellana, fragile e irripetibile, non può sopportare lo sguardo giudicante della moltitudine. Certamente non si può ricondurre a un’unica radice la grandezza di un albero, e la dispersione degli studenti ne è un esempio. Ciò che appare in superficie è solo il velo: sotto, radici profonde si intrecciano con storie di un tempo passato, insicurezze che ancora oggi resistono. Il passato non può essere edificato da zero, ma va ripercorso, osservato, compreso. In tanti non hanno mai avuto la possibilità di riconoscere la scuola come tale: più che un luogo di crescita, era un affanno, fatto di limiti precisi e invalicabili. Spesso mi sembra di ascoltare il racconto di un bambino che quelle mura non le ha mai abitate davvero, e il mio cuore si unisce al suo nel tentativo di comprendere una sofferenza che non si è mai spenta. La scuola non è sempre stata uno spazio di accoglienza, ma anche un luogo in cui si cercava di dimostrare qualcosa: un valore, un ruolo, un posto nel mondo. E in questa continua dimostrazione, spesso vuota, molti hanno finito per allontanarsi da sé stessi, piegandosi a ciò che veniva richiesto loro. Così, per restare al passo di ciò che li circondava, in tanti hanno imparato a mettere da parte la propria esistenza. Ed è lì che nasce una prima perdita, silenziosa ma profonda; una perdita che, anche se lontana nel tempo, continua a lasciare tracce. Non ho mai sentito un lamento più forte di quello di chi non ha potuto assaporare la scuola come possibilità, ma solo come limite. In quelle voci rimane qualcosa di irrisolto, una ferita che attraversa il tempo e si riflette, ancora oggi, in chi prova a ritrovarsi. Persone che hanno vissuto sotto pressioni emotive costanti, trascinate da una rabbia silenziosa nel tentativo di riconquistare sé stesse. L’inadeguatezza interiore è presente tutt’oggi; forse, con orizzonti più ampi rispetto al passato, la mia generazione avverte un peso diverso, più silenzioso ma più profondo: quello di doverli raggiungere a tutti i costi. Le possibilità si sono moltiplicate, si sono fatte infinite eppure, invece di spingerci avanti, si trasformano in qualcosa che ci trattiene, come una gabbia che non sempre sappiamo riconoscere. Come se ogni strada non percorsa fosse una colpa, come se ogni sogno non realizzato fosse una mancanza. Ed è proprio in questa continua tensione verso la grandezza che si smarriscono i tesori più significativi. Lo studente si ritrova sospeso, quasi gettato tra due sponde: ciò che potrebbe essere e ciò che è realmente. In mezzo, un abisso che non è solo distanza, ma peso… fatto di aspettative, di voci che non sempre gli appartengono, e che tuttavia sente sue. Le generazioni passate hanno desiderato ciò che non hanno potuto vivere, e in quel desiderio vi è anche qualcosa di nobile, di umano. Ma chi viene dopo ne raccoglie il peso, e finisce per perdersi proprio lì, nel tentativo di colmare un’assenza che non è la propria, quando dentro, forse, aspirerebbe solo a una forma più semplice di esistenza. Forse è da questa frattura che nasce l’idealizzazione: non come errore, ma come rifugio. Ci si aggrappa a ciò che potrebbe essere, perché ciò che è fa troppo male per essere abitato fino in fondo. E allora si evade, si cerca altrove, in tutto… purché non in ciò che si ha davanti. Anche i libri, anche le parole, anche ciò che dovrebbe formare, perde significato. Non vale più lo sforzo di aprire gli occhi, quando ciò che si vede pesa più di quanto si riesca a sostenere. O forse mi sbaglio? Anche alzarsi dal letto diventa un’impresa quando il peso del sentirsi insufficienti penetra nella propria pelle. Molti si rifugiano tra le mura della loro stanza, lontani dall’assordante silenzio dell’ansia scolastica. Poi ci sono coloro che hanno già ceduto alla paura: la paura di aver giocato tutte le proprie carte, di non avere più alcun modo per rimettere insieme il proprio destino. In questo naufragio interiore, il mondo esterno diventa estraneo. Si vive come in un altro tempo, in un’altra realtà, privi della sensazione di poter orientare la propria vita. I rapporti diventano una necessità di sopravvivenza; eppure, se potessero, i giovani li eviterebbero, perché ogni incontro ricorda loro quanto sia fragile l’equilibrio tra sé e il mondo. Le lacrime e le parole diventeranno difesa, nate dal bisogno disperato di proteggere l’ultima scintilla di amore per sé stessi. Questa dispersione non resta confinata: si riverbera nei legami familiari, nelle amicizie, in ogni relazione. È in questa corrente silenziosa che molti si lasciano trascinare, perdendo la possibilità di agire, di costruire, di esistere pienamente. Eppure, anche in questo naufragio, permane una domanda sottile, sospesa: è davvero finita, o c’è ancora un modo per ritrovare sé stessi? La dispersione è il velo superficiale di un monte di nebbia. Prima di toccarne il suolo ci vorranno anni, eppure lo sentiamo ogni giorno sotto i piedi. Il problema è più vicino di quanto immaginiamo, nascosto sotto la superficie della nostra indifferenza, eppure palpabile, reale, inesorabile. Chissà quante persone, smarrite tra ciò che sono e ciò che credono di dover essere, hanno solo bisogno di qualcuno disposto ad esserci. Non per dovere, non per ruolo, ma con la propria presenza piena, con la propria essenza. Non basta un sorriso, non basta la formalità di un gesto. Talvolta serve una vicinanza più profonda, un contatto che non abbia confini, più umano, più vero. È lì, in quell’incontro silenzioso, che si può iniziare a ripartire. Non sono i grandi gesti a tracciare la differenza, né le corse verso un passato perduto o un futuro idealizzato. La vera ricerca si compie nel presente: ricordare che chi si crede disperso, in realtà, è già qui. Presupporre la loro perdita significa consegnarla alla nebbia. Ribadire la loro presenza, mostrare che esistono adesso, li riporta alla vita, alla consapevolezza della loro autenticità. È l’individuo, unico e irripetibile, a dare valore alla scuola. Senza ciascuna persona, nessuna aula, nessun banco, nessuna disciplina potrebbe essere davvero scuola. La fragilità di quest’ultima nasce dalla dispersione dell’individuo, e allo stesso tempo la sua autenticità la sostiene e le dona senso. La risposta non si trova in grandi riforme, né in norme perfette. Risiede nell’umanità, nella capacità di incontrare l’altro, di riconoscerlo per quello che è, senza sostituirsi a lui, senza misurarlo secondo criteri estranei. Sta nel gesto semplice, nella parola che incoraggia, nello sguardo che accoglie, nel tempo che si dedica senza fretta. Non serve rincorrere la grandezza: il vero senso è nascosto in ciò che possiamo già offrire, in ciò che già esiste. Attenzione, cura, presenza: ecco la misura di ciò che salva, ciò che resta. A volte è così semplice che, nella dimenticanza, nel voler essere il personaggio migliore di sempre, ci scordiamo che siamo semplici umani.