//Sul pensiero penalistico di Aldo Moro

Sul pensiero penalistico di Aldo Moro

di | 2019-02-11T06:52:18+01:00 11-2-2019 6:47|Alboscuole|0 Commenti
di Carola Vivacqua –

“ Si colpisce l’uomo per ritrovare la persona nella sua capacità di orientamento in senso morale e sociale: si scava nella persona attraverso la pena, si inserisce il pungolo della tristezza, della mortificazione che la pena di morte esprime, ma per una finalità restauratrice, per ritrovare, attraverso la pena, la personalità modificata, emendata […] Se è bene applicata, bene ispirata, la pena realizza la sua capacità di scavare nel fondo della coscienza, e noi avremo un uomo diverso”. Queste le parole di Aldo Moro pronunciate durante le lezioni tenute come docente universitario di diritto penale e di filosofia del diritto e raccolte in Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale. Questi i discorsi sulla pena da infliggere al colpevole di delitti gravi, discorsi animati indubbiamente dalla sua profonda fede, ma che hanno un valore laico e morale di grande importanza politica e sociale. Riflessione prima scientifica e poi politica, come dimostra la Costituzione italiana, alla cui redazione Moro partecipò, e in particolare l’art. 27. Non solo dunque abbiamo il rifiuto categorico della pena di morte, ma anche l’idea che le pene non debbano contraddire il senso di umanità, perché Moro nel reo sapeva vedere l’uomo. Da qui il suo rifiuto dell’ergastolo inteso come carcerazione a vita: “un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale, che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che, privo com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte”. Nel pensiero di Moro c’è una grande forza e modernità: l’idea che anche l’ergastolo sia crudele e disumano tanto quanto la pena di morte esprime una morale alta che ancora molti di noi faticano a comprendere e far propria. Secondo Moro, lo Stato non deve solo preoccuparsi di punire chi ha commesso il reato, ma deve anche rivolgere lo sguardo all’avvenire applicando e svolgendo dei programmi e percorsi di prevenzione: “l’attenzione primaria verso ciò che è accaduto con il reato non vuole escludere che lo stato nel ricorrere alla pena debba rivolgere uno sguardo anche all’avvenire, e cioè alla prevenzione” e questo perché “l’intervento repressivo e quello preventivo” devono procedere insieme “avendo di mira, con diversità di mezzi, lo stesso fine generale che è la difesa della società”. Per Moro dunque la pena non deve significare far male per il male ricevuto, la pena non è la legge del taglione, ma è lo strumento per affermare valori fondamentali come il bene e la giustizia, per riportare la società dal disordine all’ordine. L’elemento che ha contraddistinto l’opera e il pensiero di Moro è sempre stata questa grande fiducia nell’uomo, uomo che tra il bene e il male può scegliere il bene. Scrive sul “Giorno” il 20 gennaio 1977: “Non dobbiamo forse ritenere che un momento di bontà, un impegno dell’uomo, dell’uomo interiore, di fronte alla lotta fra bene e male, serva per far andare innanzi la vita? Un impegno personale che non escluda, è ovvio, il necessario ed urgente dispiegarsi di iniziative sociali e politiche, ma lasci alle energie morali di fare, esse pure, nel profondo, la loro parte”. E ancora sullo stesso quotidiano, il 10 aprile, “La storia sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non fosse riscattata dall’annuncio, sempre presente, della salvezza e della speranza. E non parlo naturalmente solo di salvezza e di speranza religiose. Parlo, più in generale, di salvezza e di speranza umane che si dischiudono a tutti coloro che hanno buona volontà”. È forse proprio grazie agli insegnamenti di Aldo Moro se oggi vengono messi in atto percorsi riabilitativi per i carcerati, come il progetto “Semi Liberi”, che si tiene nel Carcere di Lecce e che consiste nel far coltivare e vendere pomodori ed altri ortaggi ai carcerati. Il titolo gioca sul doppio significato, il riferimento all’agricoltura e alla voglia dei detenuti di recuperare dignità e futuro. Dalle interviste rilasciate dagli uomini inseriti nel progetto si comprende il sentimento di speranza, speranza di poter cambiare il proprio futuro, di scontare la propria pena e iniziare una nuova vita. Per Moro, la giustizia deve essere contemporaneamente repressione, purificazione e rieducazione, essa è reazione ad un comportamento considerato socialmente da sanzionare e la definizione di una purificazione che possa consentire il rientro sociale della persona: i detenuti del progetto “semi liberi” sperano proprio questo.

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