//“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio” Di Barbara Piras 5DB Linguistico-spagnolo

“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio” Di Barbara Piras 5DB Linguistico-spagnolo

di | 2026-04-28T09:56:11+02:00 28-4-2026 9:56|Alboscuole|0 Commenti
Chi vive la scuola ogni giorno sa che un ragazzo non ‘evade’ mai per scelta razionale o per pigrizia calcolata. Eppure, il linguaggio burocratico si ostina a usare termini come ‘evasione scolastica’, quasi a voler marchiare chi resta indietro come un colpevole. Da una prospettiva interna, quella parola suona come un insulto alla complessità della psicologia e della sociologia che sono dietro ad una scelta del genere. In questo mio pensiero, vorrei smontare questa etichetta e provare a immaginare una scuola che, invece di dare la caccia agli ‘evasori’, inizi finalmente a costruire ponti per far tornare a casa i suoi studenti. Per cominciare, dovremmo iniziare a parlare di una responsabilità condivisa, realmente condivisa, tangibile e testimoniabile ogni giorno in ogni classe e non un semplice modulo da leggere e compilare.  Parlo di un insegnamento trasversale, vario e ragionato che possa raggiungere più persone possibili (non solo i “primi della classe”) e che apra una porta al dialogo. Il vero ostacolo non è solo la mancanza di risorse, ma una paura del cambiamento che si traveste da rigore.  È molto più facile dire “lui non ha voglia” che ammettere “il mio metodo non lo raggiunge”, evitando così di mettere in discussione una prassi vecchia di decenni.  Essere dei semplici “erogatori di servizi” non è sufficiente se la professione che si esercita è l’insegnamento.  Dietro i banchi non ci sono solo futuri lavoratori, ma preziose individualità alle quali dovrebbero essere trasmesse passione e curiosità per ciò che si insegna. ll voto numerico e la cattedra sono strumenti di potere immediati. Proporre un’alternativa significa scendere tra i banchi, mettersi in discussione e accettare che la conoscenza è un processo circolare. L’inerzia dei “piani alti” è il rifiuto di passare da un modello gerarchico (io so, tu ascolti) a un modello relazionale che preferisce il dialogo al monologo. Questa paura del cambiamento produce una reazione speculare negli studenti; esiste un fenomeno psicologico chiamato impotenza appresa: se provi a cambiare le cose e ricevi solo porte in faccia, alla fine smetti di provare.  Gli studenti vorrebbero spazi diversi o metodi nuovi, ma se percepiscono i docenti e l’istituzione come un muro di gomma, cadono in questa impotenza appresa. Smettono di proporre, perché “tanto non cambia nulla”. Proprio per questo motivo è così difficile dare una risposta alla domanda “e tu cosa cambieresti?”.  Se ci si arrende, a prescindere, davanti al cambiamento, pur respirandosene il disperato bisogno, questo rimane un’utopia, un ideale destinato a rimanere tale. Sarebbe bene, invece, capire la fattibilità di certe iniziative, che non sono poi così ideali. Modelli come il Service Learning o la Peer Education dimostrano che quando la scuola esce dai libri per entrare nella realtà, i ragazzi smettono di scappare.  È necessario abbattere le pareti, fisiche e mentali. Una scuola moderna ha bisogno di spazi modulari: zone per il lavoro di gruppo, angoli per la riflessione individuale, laboratori dove ‘sporcarsi le mani’. Basterebbe anche solo  smettere di trattare i progetti extra classem come tempo rubato alla didattica, ma considerarli parte integrante di quest’ultima, poiché danno la possibilità allo studente di mettere in pratica ciò che ha appreso, senza ridurre il tutto ad un numero. Emerge, quindi, imprescindibile in quest’analisi, il problema del voto. Come cambierebbe lo sguardo di un ragazzo se il professore, invece di segnare l’errore in rosso, evidenziasse ciò che è stato capito? Probabilmente sarebbe l’inizio di una grande rivoluzione.  Attuare un metodo di “valutazione narrativa” non servirebbe solo ad eliminare, o almeno dimezzare, la pressione che deriva dal numero, ma sposterebbe ‘attenzione sia dello studente che del docente sul processo e non sul prodotto.  L’errore sarebbe una tappa e non un fallimento, un’informazione utile per il passo successivo.  Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, questo metodo non precluderebbe il senso della valutazione, anzi.  Gli studenti sarebbero guidati nel loro percorso, consapevoli dei loro limiti e delle loro capacità. In definitiva, non dovremmo cercare di capire perché i ragazzi se ne vanno, ma chiederci perché dovrebbero restare in un sistema che troppo spesso li ignora. La paura del cambiamento non può pregiudicare l’istruzione di intere generazioni. Creare un ambiente che valorizzi l’individualità, gli interessi e le esperienze personali e che faccia toccare con mano ciò per cui ci prepara è un progetto molto ambizioso e  certamente critico, ma non sicuramente utopico. Per combattere la dispersione scolastica si deve costruire una scuola dove le parole d’ordine possano essere “appartenenza” e “comunità”, perché, in fondo,  “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”.